C’era una storia che Fabio Galli non aveva ancora raccontato.
Era rimasta sullo sfondo di Quella porta socchiusa, il suo primo romanzo, quasi nascosta tra le vicende dei protagonisti. Una storia soltanto accennata, ma accompagnata da una domanda che, una volta terminato il libro, ha continuato a seguire l’autore.
Quella storia oggi ha un titolo: Il silenzio che non tace, disponibile dal 15 ottobre su Amazon.
Nel primo romanzo c’era Silvia, una donna che sembrava pronta ad aprire una nuova fase della propria vita. Stava nascendo una relazione, forse la possibilità di qualcosa di diverso. Poi ricompariva un uomo del passato: il suo ex.
Silvia aveva cambiato numero di telefono. Aveva evidentemente cercato di mettere una distanza tra sé e ciò che era accaduto. Eppure sua madre le diceva che lui era cambiato.
Alla fine Silvia decideva di tornare con lui.
Una scelta difficile da comprendere.
Ed è proprio da quella scelta che nasce Il silenzio che non tace.
Quando hai capito che dietro Silvia c’era un’altra storia da raccontare?
In realtà già mentre scrivevo Quella porta socchiusa. Quella decisione di Silvia non era casuale. Io sapevo che dietro c’era qualcosa e avevo già immaginato una parte del suo passato.
Però non era la storia che stavo raccontando in quel momento. Approfondirla avrebbe portato il romanzo altrove.
Così l’ho lasciata lì.
Solo che, per me, non era davvero finita.
Qual era la domanda che continuava a tornare?
Soprattutto una: perché?
Perché una persona che ha cercato di allontanarsi da qualcuno, che ha addirittura cambiato numero di telefono, decide poi di tornare indietro?
Vista dall’esterno può sembrare una scelta incomprensibile. È facile dire: “Basta andarsene”.
Molto meno facile è capire quello che accade dentro una relazione: le dipendenze emotive, il senso di colpa, la speranza che l’altro possa cambiare, la paura, il peso delle persone che ti stanno intorno.
Mi interessava provare a entrare proprio in quella zona grigia.
Quindi “Il silenzio che non tace” è il seguito di “Quella porta socchiusa”?
No. E ci tengo a dirlo chiaramente.
Non è un seguito nel senso tradizionale.
È una storia che nasce da alcune pagine di Quella porta socchiusa, ma poi prende una propria strada.
Si può leggere tranquillamente senza aver letto il primo libro. Chi invece conosce già Silvia troverà qualcosa che era rimasto sospeso e probabilmente guarderà alcune sue scelte con occhi diversi.
Forse “storia parallela” o “spin-off” sono definizioni più corrette.
Il titolo sembra già suggerire molto. Che cosa rappresenta quel silenzio?
Ci sono silenzi che non significano semplicemente assenza di parole.
A volte si tace perché non si riesce a raccontare ciò che è successo. Altre volte perché si ha paura di non essere creduti. Oppure perché raccontarlo significherebbe dover ammettere prima di tutto a se stessi la realtà di una situazione.
E poi esiste un silenzio che continua comunque a parlare attraverso i comportamenti, le paure, le rinunce, le scelte.
Da qui Il silenzio che non tace.
Nel libro affronti anche il tema della violenza nelle relazioni?
Sì, ma non volevo scrivere un trattato e neppure una storia didascalica.
Mi interessavano soprattutto i meccanismi umani.
Come si arriva, poco alla volta, a considerare normale qualcosa che normale non è. Come una relazione possa modificare la percezione che una persona ha di sé stessa. E quanto possa diventare difficile riconoscere il confine oltre il quale una relazione smette di essere ciò che pensavamo fosse.
La violenza, poi, non è soltanto quella più evidente.
Può esserci nel controllo, nelle parole, nell’isolamento, nella paura.
E spesso comincia molto prima di quanto si immagini.
Nel primo libro c’è anche la madre di Silvia, che le dice che il suo ex è cambiato. Quanto conta ciò che fanno o dicono le persone che stanno intorno?
Conta molto.
Chi guarda da fuori spesso semplifica. Può pensare che una relazione possa essere aggiustata, che una persona meriti un’altra possibilità, che certi comportamenti appartengano ormai al passato.
E magari lo fa anche in buona fede.
Ma una frase apparentemente innocua può avere un peso enorme per chi sta cercando di prendere una decisione.
Anche questo mi interessava raccontare: non soltanto quello che accade tra due persone, ma quello che si crea intorno a loro.
Hai avuto qualche timore nell’affrontare un tema così delicato?
Più che timore, ho sentito una responsabilità.
Quando si raccontano situazioni di questo genere bisogna evitare sia la spettacolarizzazione sia le semplificazioni.
Non mi interessava costruire personaggi completamente buoni o completamente cattivi. Mi interessavano le contraddizioni.
Soprattutto quelle che, viste da fuori, possono sembrare inspiegabili.
Perché spesso è proprio lì che si trova la parte più vera di una storia.
Il libro nasce quindi da una domanda rimasta irrisolta nel romanzo precedente. Succede spesso mentre scrivi?
Credo che ogni storia lasci inevitabilmente qualcosa fuori.
Quando costruisci un personaggio gli attribuisci un passato, anche se poi sulla pagina ne compare soltanto una piccola parte.
Alcune di quelle vite restano dietro le quinte.
Con Silvia è successo qualcosa di diverso: quel passato continuava a reclamare spazio.
A un certo punto ho capito che non dovevo aggiungere capitoli a Quella porta socchiusa.
Dovevo scrivere un’altra storia.
Che cosa vorresti restasse al lettore dopo l’ultima pagina?
Non vorrei indicare una morale.
Mi piacerebbe però che rimanesse una domanda in più e magari qualche certezza in meno.
Soprattutto quando giudichiamo le scelte degli altri.
Dire “io al suo posto me ne sarei andato” è molto semplice quando non siamo davvero al suo posto.
Capire perché qualcuno non riesca a farlo è molto più difficile.
Ed è probabilmente proprio da lì che dovremmo cominciare.
Il silenzio che non tace di Fabio Galli è disponibile dal 15 ottobre 2026 su Amazon.
















