L’uomo che recita il salmo novanta si ferma. Non si ferma per riprendere fiato, ma per ricordarsi che il respiro che ora lo attraversa è un prestito che la voce che parla da quel testo gli ha già restituito. “Signore, tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione” queste parole, che da tremila anni attraversano le labbra dei giusti e dei peccatori, dei vincitori e degli sconfitti, dei vivi e dei morenti, non sono un semplice atto di pietà.
Sono la dichiarazione di una verità che la ragione, da sola, non saprebbe raggiungere: che l’uomo non abita il mondo come un padrone, ma come un ospite che cerca una dimora che le sue mani non possono costruire. Il salmo novanta è il canto di chi ha smesso di illudersi di essere eterno e ha scoperto che la sua eternità non sta in ciò che fa, ma in Colui che lo ha fatto.
La caducità dell’uomo, che il salmo descrive con immagini di straordinaria potenza — l’erba che fiorisce la mattina e la sera appassisce, il sogno che si dissolve al risveglio, il volo di un uccello che passa e non torna — non è una condanna, ma un’esposizione della verità.
L’uomo che sa di essere fragile è un uomo che ha smesso di mentire a sé stesso. La sua fragilità, che il mondo moderno cerca di nascondere sotto strati di tecnica, di benessere, di intrattenimento, è il luogo in cui la fede può finalmente parlare.
Il salmo non consola l’uomo dicendogli che la sua vita sarà più lunga, ma dicendogli che la sua vita, per quanto breve, è custodita in una mano che nessun tempo può logorare. “Sazierai di gioia il mattino”, dice il salmo, “e canteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni”.
La gioia che il salmo promette non è l’assenza del dolore, ma una presenza che lo trasforma in attesa.
La fede in Dio, perciocché, si presenta come un modo più profondo di abitare il mondo.
L’uomo che crede attraversa le contraddizioni della storia con una certezza che la storia non può toccare.
Il baluardo della cristianità, che il salmo novanta evoca come un rifugio incrollabile, è una presenza che si fa dimora, una parola che si incarna nella carne degli uomini, un amore che si rivela fedeltà.
La Chiesa, che ha recitato questo salmo in ogni sua prova, ha imparato che la sua forza risiede nella capacità di affidarsi, più che nella capacità di difendersi.
Il salmo novanta è il canto di chi ha deposto le armi della difesa per impugnare quelle della fiducia, scoprendo che la fiducia è più forte della paura.
L’immagine del rifugio, che il salmo ripete con insistenza, è una delle più potenti della tradizione biblica. L’uomo che vi si rifugia affronta la tempesta con la certezza che essa non ha l’ultima parola. Il salmo novanta è il canto di chi ha imparato a vedere oltre il visibile, a sperare oltre l’evidenza.
La sua fede è la certezza che il tempo non è un cerchio che si chiude, ma una freccia che punta verso un compimento che già si annuncia in ogni respiro che si fa preghiera.
La bellezza di questa fede, che il salmo intesse con la poesia di un linguaggio che la traduzione non riesce a smorzare, è una bellezza che la cristianità ha custodito come il suo tesoro più prezioso.
Il salmo novanta è il canto di chi ha scoperto che la sua vita è più grande della sua morte e la sua storia più grande del suo peccato.
Questa scoperta è il dono che la fede fa all’uomo che ha il coraggio di inginocchiarsi.
L’uomo che ha imparato a recitare questo salmo con la consapevolezza che le sue parole non sono un’evocazione ma un’habitat, scopre che il rifugio non è un luogo da raggiungere, ma una presenza da abitare. Ogni volta che le sue labbra pronunciano “Signore, tu sei stato per noi un rifugio”, egli non sta ricordando un evento passato, ma sta entrando in una relazione che il presente rende viva.
La terra trema e il cielo si oscura, eppure la sua voce non vacilla, perché sa che il rifugio non è un muro contro la tempesta, ma una mano che lo tiene mentre la tempesta infuria.
Non c’è bisogno di cercare altrove la sicurezza, quando la sicurezza è il nome di Colui che ti ha chiamato per nome.
RVSCB

















