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Michele Placido all’Oscar del Libro a Laterza

Ad intervistarlo Cristiana Papazissis e Manila Gorio

Olga Matsyna by Olga Matsyna
19 Settembre 2026
in Attualità
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Michele Placido all’Oscar del Libro a Laterza
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Laterza (TA), il 15 settembre.

È toccato a Michele Placido,l’onore di chiudere il Festival “Premio Nazionale “Oscar del Libro”.  L’evento si è svolto in piazza Vittorio Emanuele di Laterza (TA) grazie al Consiglio regionale della Puglia e al Comune di Laterza. A condividere il palcoscenico con Michele Placido e ad intervistarlo sono state Manila Gorio, famosissima conduttrice televisiva,modella, influencer e manager di pubbliche relazioni, e Cristiana Papazissis, Presidente della LikeApulia, esperta di enogastronomia e marketing internazionale. Le istituzioni del territorio erano rappresentate dalla consigliera regionale Annagrazia Angolano che ha sottolineato, nei suoi saluti iniziali, l’importanza di investire nella cultura perché sarebbe “investire nel futuro e nei giovani”.

La rassegna di Laterza, a parere del Comune e della Regione, risponderebbe alla necessità di Laterza e di altre località del tarantino di avere meccanismi culturali che facciano comunità. E la scelta di Michele Placido come protagonista risponde al desiderio di raccontare (e farsi raccontare!) il Sud, i pugliesi, la terra della Puglia nonché portare in piazza il vigore del cinema.

Ma anche le ragioni più profonde della presenza di Michele Placido a Laterza per “l’Oscar del libro” sono ben ponderate. Non solo perché da attore ha partecipato ai film nominati all’Oscar come migliori film stranieri (di cineasti come Lina Wertmuller e Francesco Rosi) e venivano scelti fra film che dovevano rappresentare l’Italia all’Oscar (di autori come Gianni Amelio e Giuseppe Tornatore) e ha ottenuto una serie di altri premi importanti per il cinema nel mondo. Michele Placido si è fatto anche promotore di letteratura spesso girando film sui letterati o adattando allo schermo i romanzi per popolarizzare i contenuti culturali e rendendoli accessibili ai milioni di persone. È il caso di”Un viaggio ciurmato amore” tratto dai “Canti Orfici” di Dino Campana e del romanzo “Una donna” di Sibilla Aleramo nonché del carteggio fra i due letterati italiani. Ancora più ampio è il respiro del film “Eterno visionario” che narra le vicende personali e professionali di Luigi Pirandello: la poetica del letterato e drammaturgo diventa, in questo film, non solo visibile, ma percepibile con tutti i sensi, si traduce in immagini, simboli, parabole sulla vita e sulla morte.

Gli autori che Michele Placido ha popolarizzato e promosso nei suoi film sono Renata Viganò, Ignazio Silone, Goffredo Parise, Corrado Staiano, Aurelio Grimaldi, Carmelo Sardo. È sempre da un’opera letteraria che nasce il film di Michele Placido più premiato (nove David di Donatello su quattordici nomination, cinque Nastri d’argento e una nomination al Premio del pubblico all’European Film Award come miglior film europeo. È “Romanzo criminale”, adattamento cinematografico dell’opera letteraria di Giancarlo De Cataldo.

La serata parte con numerosissimi applausi. È strutturata come un’intervista fatta da due presentatrici. Lo spirito è quello di improvvisazione,  spontaneità e sincerità che non lasciano indifferenti le persone che riempiono la piazza. I posti a sedere si esauriscono, e la gente che segue stando in piedi è ancora più numerosa di quella seduta.

La prima domanda rivolta a Michele Placido è  prettamente teatrale: “A quali personaggi shakespeariani ti sei ispirato?” Rispondendo, l’attore e regista di un background internazionale racconta gli esordi, le prime esperienze di vita, speranze, delusioni, fatiche che trasforma in successi. Non giunge a nominare i personaggi, ma la risposta nasce già da ciò che racconta. Sarà  rimasto segnato da Calibano interpretato nello spettacolo di Giorgio Strehler, suo maestro. Sicuramente si sarà ispirato a Romeo per tutte le parti degli innamorati che ha dovuto affrontare nel suo percorso da attore. A Petruccio de “La Bisbetica domata” recitato a fianco di Elisabetta Pozzi. A Otello e Re Lear – i personaggi che ha scelto di interpretare sul palcoscenico in periodi diversi. E anche a Prospero, in una nuova “Tempesta”, progetto che ha portato nelle carceri nel 2016. Perché Prospero è un maestro di vita, un regista, un visionario. Ha tutte le caratteristiche dei personaggi che affascinano Michele Placido.
Come lo affascina il teatro in sé perché
“a teatro bisogna arrivare fino all’ultimo spettatore. Come diceva mio Maestro Giorgio Strehler: bisogna arrivare in primo piano, e non solo al pubblico seduto in prima fila. Anche il pubblico che sta nell’ultima fila ha il diritto di emozinarsi. Nell’ultima fila solitamente stanno i giovani. Mi sento onorato, essendo pugliese, di aver conosciuto il Piccolo Teatro di Milano. Vengo dall’Accademia Nazionale d’arte drammatica “Silvio D’Amico di Roma. Ho dovuto fare anche qualche sacrificio. Perché  in eredità non ho avuto che il diabete. Lo diceva mia sorella Rita, laureata all’Università  di Bari in lettere e filosofia. Partendo così, dalla Puglia, dai Monti Dauni (anche se mio padre era di sangue lucano) non era facile nemmeno arrivare a Roma”.

Michele Placido lo fece passando prima per il collegio: “Si, perché all’età di nove anni già stavo in collegio a Frosinone per diventare missionario. Il percorso e stato formativo, ma duro, mi ricordo i geloni che avevo ai piedi per il freddo. Ma quanti ragazzi ci venivano da tutta l’Italia! Avevo l’aspirazione a diventare un piccolo santo. È  stata una mia fortuna. Ma poi mi cacciarono  dal collegio”.

Dicci perché.

Mi cacciarono – uso la parola brutale – non per aver fatto chissà che. Non ero nato per diventare santo  E loro se ne sono accorti. Me ne sono tornato al paese, ad Ascoli Satriano. Ho scoperto attraverso la religione la passione di Cristo. Mi emozionava vedere la rappresentazione della passione, il suo giudizio, il suo percorso. “Elì, elì, lamà sabactani?” – “Padre, Signore, perché mi hai abbandonato?” Avevo delle palpitazioni, il cuore mi batteva forte, e forse fu li che cominciò la mia formazione teatrale.

Non poteva mancare la domanda su Padre Pio a cui il Maestro Placido ha risposto così:

“Per me, Padre Pio è stato soprattutto, più che un grande santo dalle stigmate e dal mistero, l’autore di una grande opera: un ospedale. Quella zona del Gargano non aveva assolutamente ospedali, grazie al suo misticismo, Padre Pio è riuscito a raccogliere denaro da tutto il mondo e a portare la sua capacità mistica ai credenti.Quando ho dovuto interpretarlo, mi ha aiutato molto il suo dialetto. Era nato a pochi chilometri da Ascoli Satriano: in linea diretta sarebbe stata una mezz’ora.

Poi, se ricordate, c”erano due “Padre Pio”, uno prodotto da “Canale 5”, l”altro della RAI. La RAI, quando seppe che Canale 5 facesse Padre Pio, reagì così: “Come? Fate fare Padre Pio alla televisione di Berlusconi? Dobbiamo farlo anche noi. E io, infatti, non lo volevo fare. Ho detto al mio agente: “No, già c’è Castellitto, un bravissimo attore, siamo due colleghi che ci stimiamo”. Poi mi chiama mia madre e dice: “Michelì, ma tu hai fatto pure tanta schifezza in televisione, ma mi fai questo regalo?”
Certo, non ho fatto schifezze, ma apparizioni a carattere mondano.

Michele, è vero che Monica Vitti ti ha scelto e  ti ha offerto un ruolo in “Teresa la ladra” nel 1973?

Sì, Monica mi venne a vedere a teatro a Colle Oppio dove facevamo “Il barone rampante” di Calvino. C’era Lina Sastri che faceva la cantante, protagonista. Alla fine dello spettacolo viene il direttore di scena che dice: “Placido, c’è la signora Vitti che ti deve parlare e c’è anche la signora Maraini che ha scritto un romanzo. Monica si mette a ridere e dice: “Sei Tonino Santità”. – “E chi è?” – “È il personaggio che dovrai interpretare scritto da Dacia Maraini”. Monica mi abbracciava. Mi ha aperto le porte della Cinecittà.

Si, perché poi arriva “Romanzo popolare” di Monicelli nel 1974.

Manila Gorio si ricorda, all’occasione, che Michele Placido, un giorno le aveva fatto conoscere il mondo del grande cinema, tutto in un’unica volta, invitandola a cena a cui c’erano Ettore Scola, Lina Wertmuller e altre personalità importanti compreso lui stesso.

“Ne parliamo spesso col comune amico, Renato” – risponde Michele e si ricorda com’era sul set e a teatro la regista Wertmuller: “Lina mi ha diretto anche a teatro. Era dura,  molto dura. Secondo me, il talento viene piano piano, la sicurezza e l’autostima vengono ancora più tardi. Tutto ciò da un ragazzo giovane non si può chiedere da subito… Quando sbagliai l’ennesima battuta, venne nel camerino a tirarmi le orecchie e a prendermi a calci nel culo. Era tremenda, era durissima. Ma poi, al di fuori del lavoro, era anche una persona meravigliosa”.

Manila Gorio annuncia la proiezione di un film cult che ha segnato la biografia di Michele Placido come anche la storia culturale dell’intero paese. Si tratta di una serie TV di un’importanza imprescindibile: “La Piovra”.

Il pubblico in piazza guarda un frammento che precede di alcuni istanti la tragica morte di Corrado Cattani in cui egli riceve settanta pallottole nel corpo (a detta dell’attore, qualcosa andò storto, e gli spari gli fecero davvero molto male). È esattamente la puntata seguita da un terzo degli italiani e da miliardi di persone in tutto il mondo.

È difficile dire come Michele Placido rivede le scene come questa. La sua reazione è rimasta indecifrabile. È un ruolo che lo perseguita per tutta la vita: all’inizio, sarà stato un grande peso, col tempo l’avrà rivalutato.

Michele Placido torna ad “interpretare” Corrado Cattani alcune volte. Come Cattani si è rivolto ai rapitori di un’operatrice umanitaria italiana in Afghanistan, e lei, anche grazie a quell’intervento, fu rilasciata. Come Corrado Cattani  si rivolgeva ai potenti d’Italia lanciando loro dei messaggi scomodi. Come Cattani, fu chiamato a lavorare in polizia e a tentare una carriera politica: avrebbe potuto, dopo la Piovra, entrare a far parte del Parlamento Europeo. Cattani fu chiamato, sulle pagine di autorevolissime testate italiane, “un personaggio che forse non esiste, ma che ognuno di noi vorrebbe essere”. Dopo “La Piovra” in uno dei teatri dove Michele venne a recitare, lo accolsero con un lungo applauso gridando con gioia: “È vivo, è vivo!”

Michele Placido è rimasto un Cattani che “forse non esiste”, si è impegnato molto ad essere quella persona ideale, pur non sempre riuscendoci.  Ne “La Piovra” Corrado è “l’uomo che cerca”. Michele Placido ha fatto della ricerca della verità il suo credo artistico. Ricordando Louis Jouvet e il testo “Elvira o la passione teatrale” nella straordinaria messa in scena di Giorgio Strehler, “la nostra sincerità è la forma della nostra purezza. Ma io, per raggiungere quella purezza, monaco mi farei… per tre mesi”.

Riscontriamo nella ricerca della verità e della purezza di Michele Placido gli stessi risvolti drammatici e comici narrati da Jouvet e Strehler.

L’apice del suo percorso interpretativo Michele Placido se lo ricorda così:

“La Piovra” ebbe un grandissimo successo di pubblico. Damiano Damiani, il regista della prima stagione, mi conosceva già. Avevo lavorato in uno dei suoi film precedenti a fianco di Giuliano Gemma. Era “L’uomo in ginocchio” in cui interpretai il personaggio di un mafiosetto mezzo cecato, era una caratterizzazione. E, a qualche anno da quell’esperienza, Damiani mi chiamò e mi disse: “Ho consigliato alla RAI di darti la parte in una nuova serie che si chiamerà “La Piovra”.Franco Nero e Giuliano Gemma erano, invece, sicuri che avrebbero avuto loro il ruolo di Cattani. Mentre Damiano forse sapeva che avrei fatto un poliziotto della porta accanto, un vicino di casa. Non un armato di mitra come andava in quei tempi, con l’uso della violenza. E la serie ebbe un successo incredibile. Fu vista nel mondo da più di un miliardo di persone. Ancora oggi, La Piovra è il record assoluto. RAI uno. Diciotto milioni di persone. Quelle cifre non le ha fatte più nessuno. Sì, sono una creatura televisiva, ma sono anche molto grato a Damiano Damiani di aver sfidato una certa logica televisiva nel dare la possibilità a un giovanissimo attore come me di diventare un protagonista. Cose che adesso  quasi non accadono. A recitare sono quasi sempre gli stessi. Invece ci sono tanti giovani attori, li conosco. Attrici, soprattutto, bravissime. Tutti coloro che sognano un futuro artistico. Ed io glielo auguro di cuore”.

Il pubblico si sente coinvolto e applaude a lungo.

Lo straripante successo de “La Piovra”, forse, non tutti ricorderanno che era dovuto anche  alla Russia. Il popolo sovietico faceva allora la transizione storica dalla perestrojka al libero mercato. E Michele Placido fu molto amato nell’URSS perché la figura del commissario cupo, schivo, con il peso di peccati e con varie problematiche, forse, in qualche modo rispecchiava ciò che era burocrazia e corruzione del passato di quei popoli. E sei diventato un simbolo per quella gente. Che legame emotivo hai ancora con i popoli dell’ex URSS?

Quando interpretai “La Piovra”, l’URSS era un unico paese. Popolo immenso, popolo straordinario. Fui invitato a Kiev, a Mosca, in altre ex repubbliche sovietiche che sono oggi paesi indipendenti. Sono andato a fare un film in Tajikistan invitato da un regista russo, Vladimir Bortko, che mi volle come protagonista dell'”Afghan Breakdown”. Si trattava della guerra in Afghanistan che era stata per i sovietici il loro Vietnam. Il regista prese il permesso all’Associazione degli artisti russi per far interpretare proprio a me il protagonista. E questo fatto mi entusiasmò, mi permise di andare oltre e di vedere oltre. E poi, fu il successo pazzesco de “La Piovra” in Germania, in Francia, in tutta l’Europa, ad ovest e ad est. Ciò che non accadde era la trattativa con la CBS americana che voleva “La Piovra” con il commissario italiano così carismatico, ma la RAI non la volle cedere, e così non ci fu mai un “Cattani americano”. (In realtà, la RAI cedette i diritti ad alcune emittenti americane, ma molto più tardi del momento in cui essi venivano richiesti, e oggi “The Octopus” si può trovare negli USA in streaming o su televisioni on demand. Fu un clamoroso errore, a nostro avviso – errore commerciale e di ritorno di immagine – per l’Italia, questa serie e per tutti coloro che ci avevano lavorato).

“Passiamo a un tema che mi riguarda da vicino, – dice Manila Gorio. – Guardate la sensibilità che ha avuto Marco Risi in quegli anni. E che coraggio ha avuto il Maestro Michele Placido nel portare un argomento così attuale  Forse, nel 1989 erano fra i pochissimi registi e attori a non temere di affrontare il tema della diversità sessuale”.

“Era un romanzo scritto da un docente vero che insegnava a un carcere minorile di Palermo. Comprai i diritti dell’opera. Perché c’era questo personaggio d’impatto. Mery è un diverso del film che dava il titolo all’opera ambientata in un carcere. “Mery, io sono Mery. Mery per sempre”
Mi dava l’emozione l’attore che interpretava questo ruolo, talmente forte. Ogni volta che dovevamo preparare un dialogo, lei mi guardava con un profondo dolore di chi non viene accettato perché “non sono né maschio né femmina” – lo diceva col tono amaro. E mi emozionava. E c’è una scena…

Quella del bacio?

Te la ricordi? Quella scena non c’era sul copione. Fu una mia invenzione, giuro sui miei cinque figli. Fu un silenzio totale, non se lo aspettava nessuno.

Fu un gesto con cui volevi mettere la persona a suo agio in quel momento?

Certo. Non voglio usare paroloni come cattolicesimo, ma Cristo baciava. Nei vangeli apocrifi troviamo i baci in bocca che dava. Poi sono arrivati i perbenisti che lo hanno tolto dai vangeli ufficiali e hanno tacciato di “ricchioni” certi comportamenti. Adesso, finalmente questa storia è finita.

Sì, e il film “Mery per sempre” ha segnato l’inizio del cambiamento del costume in Italia.

Si passa alle immagini del film “Viva l’Italia!” di Massimiliano Bruno che Michele Placido si ricorda così:

“È un film sulla verità e sulla politica. Il mio personaggio è molto scomodo. In tanti mi hanno consigliato di non farlo. Il senso è un po’ questo: è meglio la verità brutale o le bugie ben educate? Questa è un po’ la nota del film di Massimiliano Bruno, un bravissimo regista”.

Dopo “Viva l’Italia” Manila fa scorrere sullo schermo le immagini del film “L’eroe borghese” che Michele Placido diresse nel 1995 interpretandoci la parte di Silvio Novembre.

“È  il mio film sull’avvocato Ambrosoli interpretato da Fabrizio Bentivoglio. Ambrosoli fu ammazzato dalla mafia italoamericana su mandato dell’avvocato Sindona. Il film diede molte soddisfazioni al protagonista, Fabrizio Bentivoglio, che prese il David di Donatello come migliore attore. Stiamo parlando già di un film in cui vado dietro alla macchina da presa, inizio a dirigere, come poi accadrà nel “Romanzo criminale”. In questi giorni, per esempio, è uscito il trailer che inaugurerà la proiezione alla RAI della mia miniserie televisiva “Il giudice e i suoi assassini”. Un crime che narra la beatificazione del giudice Livatino. Conservo un bel ricordo. Fui chiamato da Papa Francesco perché voleva sapere chi sarebbe stato il regista della serie. E uscirà a breve, già a settembre, questo film.

Manila Gorio sottolinea l’esclusività dell’evento: la prima di una nuova serie televisiva diretta da Michele Placido viene annunciata dallo stesso regista proprio su palco di Laterza, nel tarantino. E chiede: “Michele, che effetto ti fa rivedere stasera i momenti clou di tutto ciò che hai realizzato nella tua vita?”

“Non so. A volte, sono misteri le cose che avvengono. Non basta il talento. È  importante incontrare le persone che credono in te. E poi, penso ai giovani, ai ragazzi e alle ragazze che vorrebbero migliorare la loro condizione, ma vengono  schiacciati. Dall’incertezza del futuro, dai politici dissoluti. Una volta c’era un dialogo. Oggi ci sono guerre che, se i potenti (o prepotenti!) volessero, sarebbero già finite. Ciò mi fa pensare al famoso testo del poeta americano, Edgar Lee Masters sul silenzio”.

Il Maestro recita a memoria la poesia di E.L. Masters, e le parole sul silenzio dei morti che “capiremo quando li avremo raggiunti”. Ed è un altro fatto che racconta chi è. Ogni suo atto creativo e ogni sua riflessione, più che focalizzarsi su sé stesso, volano liberi per raggiungere l’altro da sé, soprattutto se questa persona soffre o subisce un’ingiustizia.

Cristina Papazissis ringrazia il pubblico per il religioso silenzio in piazza e assenza di squilli dei cellulari – segno certo dell’attenzione che l’audience ha dedicato all’evento e alle persone sul palcoscenico.

Si è passati poi alla visione di un frammento del film “Io che amo solo te” di Marco Ponti. “Che ricordi hai di questo film, Michele?”

“È stato recitare nella mia terra, è stato divertente ed emozionante, e c’è anche un buon cast”.

Manila racconta un aneddoto. “Eravamo ospiti da Michele in campagna, nella sua tenuta. Un comune amico ci ha detto: “Il Maestro cucinerà per voi”. Lui cucinava, e noi, imbarazzati, aspetavamo. Ma la prima pasta che ha fatto non era per noi. L’ha portata alle galline. (Risate in sala).Noi abbiamo mangiato dopo. Penso che sia molto importante che Michele abbia il rispetto verso tutti: persone ed esseri viventi”.

Si chiede a Michele quanto è selvaggia la sua tenuta in campagna.

“Molto selvaggia  La campagna deve essere campagna. La Puglia, poi, è meravigliosa: te ne vai in spiaggia, te ne vai al mare. Ma la campagna deve essere campagna: le galline, le uova fresche, la terra, le pecore. Ho tanti amici agricoltori”.

“E la Puglia ne ha bisogno, – dice Cristiana Papazissis, e svela un percorso agricolo di Michele Placido. Perché lui non è solo attore e regista, ma… “Tanti anni fa vidi un’intervista di Gérard Depardieu che era un grande produttore nonché consumatore di vino, – ricorda Cristiana, – lui ironicamente dichiarò che ogni buon attore doveva essere anche un buon viticoltore. Mi è rimasto nel cuore quel detto. Perché il vino è il mio mestiere, lo promuovo, lo valorizzo, sono presidente di LikeApulia che promuove eccellenze agricole e culturali, eccellenze pugliesi. Che effetto fa a Michele Placido tornare nella sua terra? In un paese poco glamour?”

Ma il vino lo ha assaggiato?

Ho assaggiato un ottima Falanghina e il Nero di Troia.

È stato un vitigno bistrattato nel tempo. Complimenti al Maestro che ha investito nella sua terra e nell’agricoltura. Cosa porti di questa esperienza?

“È un signore con cui c’era un’amicizia di famiglia da anni, il quale ha voluto investirre, ha sempre fatto l’agricoltore, il vignaiolo, e ci è venuta quest’idea  mentre parlavamo a tavola, io
l’ho incoraggiato e abbiamo iniziato. È nata una buona cantina,
dopo i sacrifici di anni – regola che vale dappertutto. Adesso, purtroppo, venendo proprio dalle nostre parti fino a qui,  avverto una siccità pazzesca, se non piove fra qualche giorno avremo scarso olio e scarso vino. Speriamo che a breve ci sia una grande pioggia”.

“Ce lo auguriamo per tutti gli agricoltori”, – conclude l’argomento Cristiana.

Si passa alla visione del frammento tratto da “Orlando” di Daniele Vicari.

“In Orlando” interpreto questo nonno che va a riprendere la figlia di suo figlio che non vede da anni perché hanno litigato. Gli arriva una lettera che deve andare a riprendersi questa ragazza italiana che vive in Belgio e portarsela in Italia. È una storia molto commovente”.

“Hai creduto molto anche nel cinema indipendente, Maestro?” – chiede Manila.

“Assolutamente sì. Infatti, questo è il film indipendente. Il film che mi ha dato molto. Io sono appassionato di cinema indipendente, apprezzo e aiuto i produttori che scommettono sui film per raccontare una storia familiare”.

Con un frammento tratto da “Pizza Connection” si torna a parlare di Damiano Damiani: “Michele, hai lavorato molto con lui?”

“Si, è un grande regista. Amava tanto il cinema americano. Infatti, abbiamo girato con lui anche negli Stati Uniti. Parlo di “Pizza Connection”. Era una storia vera di quelli che, attraverso un ristorante a New York, facevano traffici di droga. È  una storia di un criminale che ha avuto poi il suo ergastolo”.

“Vorrei vedere tanti altri film, – dice Manila, – ma ne vedremo solo un altro; “Oggi sposi” di Luca Lucini.

“Con Francesvo Pannofino abbiamo inventato un dialetto sul set, un dialetto, per così  dire, forastico. Pannofino era sempre stato un bravissimo doppiatore. E poi, questo film l’ha lanciato anche come attore. Un grande collega”.

“A chi sei più legato fra tutti i personaggi che hai interpretato?”

“Soprattutto ai personaggi che ho diretto come regista, non quelli che ho interpretato come attore – e questo lo vedrete nel mio nuovo film sul giudice Luvatino. Attraverso i giovani attori vorrei dare emozioni su quello che è stata la mafia, su questo cancro che non è soltanto la piovra. Ci sono giudici come Falcone, Borsellino, e ad alcuni come loro dobbiamo davvero tanto. È vero che c’è stato il fenomeno incredibile, la mafia, come diceva Leonardo Sciascia, però, ci sono stati anche i poliziotti, i carabinieri che hanno dato la vita per la Sicilia, per lo Stato. Molte volte non sono stati nemmeno  riconosciuti. Anche nella lotta alla mafia; vengono ricordati i grandi nomi. Ma tanti poliziotti e magistrati non hanno mai avuto una piazza o un vicolo a loro intestati. È per loro che bisogna fare una certa tipologia di cinema”, sostiene Michele Placido.

“Come si sente oggi a vedere Violante, sua figlia, fare l’attrice ed interpretare un ruolo?”

“Ma, veramente,  avevo sempre sconsigliato ai miei figli di fare gli attori perché non c’è mai alcuna certezza. Lei ha debuttato perché frequentava uno dei figli di Ricky Tognazzi, il figlio di Simona, erano fidanzati. Ricky le ha proposto un piccolo ruolo nel film, e da lì è cominciato tutto”.

“Ed è diventata molto brava?”

“Aveva talento. Ma io, il talento, non lo vedo mai a tavola, quando mangio con i miei figli, preferisco parlare di altro, non del mio lavoro e del loro lavoro”.

Michele Placido ha, fra i mezzi del suo mestiere, la capacità di attirare l’attenzione del pubblico con una tensione drammatica autentica. Ma, se vuole sdrammatizzare e far ridere, gli bastano pochi secondi. È il sapiente gioco del contrasto che  gli apparteneva dagli albori del suo percorso interpretativo. Ora lo padroneggia, ci costruisce ogni dialogo con il pubblico e tutte le sue regie, teatrali, cinematografiche e televisive.

La serata si è conclusa con i calorosi applausi del pubblico che apprezza questo contrasto improvviso – metafora di tutto ciò che accade sul palcoscenico e anche nella vita.

Olga Matsyna

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