Il cardinale Pietro Parolin ha pronunciato parole che suonano come un giudizio netto su una decisione che ha lasciato il mondo attonito. A margine di un evento romano dedicato a John Henry Newman, il segretario di Stato vaticano è stato interpellato sulla scelta del Pentagono di trasmettere in diretta streaming la fucilazione di Nidal Hassan, l’ex maggiore dell’esercito condannato per la strage di Fort Hood del 2009.
La sua risposta è stata immediata, priva di esitazioni diplomatiche.
È incomprensibile che si voglia utilizzare un sistema del genere oggi, ha detto.
Certamente risulta inaccettabile che si spettacolarizzi la morte, per quanto la persona sia colpevole.
Esistono altri sistemi.
Queste parole meritano di essere lette due volte, perché contengono una lucidità che sfugge a molti osservatori.
Il cardinale non contesta la legittimità del processo, non entra nel merito della colpevolezza di Hassan, non discute la sentenza.
La sua obiezione riguarda il gesto di trasformare l’esecuzione in uno spettacolo.
È una distinzione che la cultura contemporanea fatica a cogliere, abituata com’è a confondere la trasparenza con l’esibizione e la pubblicità con la giustizia.
Il pensiero della Chiesa sulla pena di morte è stato ribadito con chiarezza.
Il porporato ha ricordato che esso si pone in opposizione totale a questa pratica, che non è conforme alla dignità umana e che non costituisce alcun deterrente.
Ha poi aggiunto che l’arcivescovo Paul Stagg Coakley, presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, si è già espresso sulla vicenda, e che seguirà una dichiarazione della Santa Sede.
Questa sequenza di interventi mostra una macchina istituzionale che si muove con coerenza, senza improvvisazioni e senza tentennamenti.
La questione della spettacolarizzazione, in realtà, va oltre il caso specifico.
Quando una società decide di rendere pubblico un atto di morte, sta comunicando qualcosa di sé stessa.
Sta dicendo che la punizione ha valore in quanto esibizione, che la sofferenza del condannato serve a qualcuno, che il dolore può diventare intrattenimento.
Questo è il punto che Parolin ha colto con precisione chirurgica.
La morte di un uomo, per quanto colpevole, non è un prodotto da mostrare.
È un evento che riguarda la sua anima, la sua storia, il suo rapporto con Dio, e che nessuna telecamera può restituire nella sua verità.
Il cardinale ha parlato anche del Premio Nobel per la Pace conferito alla giurista sudafricana Navanethem Pillay, ottantacinque anni, giudice della Corte penale internazionale dal 2003 al 2008 e alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014.
La sua reazione è stata semplice e diretta.
Quando ci si batte per i diritti umani, ha detto, si compie una cosa positiva.
Una frase breve, che non cerca effetti retorici, e che proprio per questo risulta credibile.
La figura di Pietro Parolin emerge ancora una volta come quella di un uomo che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare.
La sua autorità nasce dalla coerenza, dalla capacità di dire cose scomode senza cercare consensi, dalla fedeltà a una dottrina che non si piega alle mode del momento.
Il segretario di Stato vaticano ricorda che alcune cose devono rimanere fuori dalla scena.
La morte è una di queste.
E il modo in cui una civiltà la tratta dice molto più di qualsiasi discorso sui valori.
RVSCB
Bibliografia
Vatican News, Esecuzione pubblica negli Usa, Parolin: non è accettabile spettacolarizzare la morte, 9 ottobre 2026.
Vatican News, Usa, l’arcivescovo Coakley: fucilazione in diretta è “cultura della morte”, 9 ottobre 2026.
Vatican News, Il Nobel per la pace 2026 alla sudafricana Navanethem Pillay, 9 ottobre 2026.
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