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Il prato e il bando

Caffè della VerGOGNA - edizione del 20 Settembre 2026

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
20 Settembre 2026
in Editoriale
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Il prato e il bando
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Caffè della VerGOGNA – edizione del 20 Settembre 2026

Una ragazza di diciassette anni è morta poco prima di mezzanotte sulla Mazzanese, a Nepi, incastrata tra le lamiere dell’auto su cui viaggiava. I sanitari del 118 hanno potuto soltanto constatarne il decesso, mentre altri tre ragazzi venivano soccorsi e i vigili del fuoco lavoravano insieme ai carabinieri per restituire alla strada un’apparenza di normalità. La provincia di Viterbo, in queste ore, conta una giovane vita spezzata contro un guardrail, e la notizia, nella sua secchezza, contiene tutto il dolore che nessun articolo di cronaca saprà mai raccontare. Le strade italiane continuano a uccidere di notte, quando i fari illuminano soltanto il tratto che ci sta davanti.

In Groenlandia, Donald Trump ha annunciato quello che definisce uno storico accordo sulla presenza militare americana, e a Copenaghen la premier Mette Frederiksen ha parlato di un buon accordo che rafforza la sicurezza comune nell’Artico e riconosce la sovranità e l’integrità territoriale del Regno. Il corrispondente del giornale danese Berlingske ha sintetizzato il sentimento con una battuta che vale più di un trattato: zitti, non diciamo a Trump che è stato il Regno di Danimarca a vincere. La novità dell’intesa risiede nel divieto a nazioni non Nato di stabilire basi o investire in minerali critici senza l’autorizzazione scritta di Washington, e Marco Rubio ha spiegato che l’accordo affronta in modo permanente le preoccupazioni di sicurezza americane. Un patto di difesa tra Usa e Danimarca esiste dal 1951, rinnovato nel 2004, e garantiva già agli americani la possibilità di ampliare la presenza militare. Trump presenta come una vittoria personale ciò che la diplomazia danese ha saputo confezionare per lui, e la Groenlandia, che nel 2019 si era rifiutata di essere comprata, oggi diventa un protettorato di fatto. L’arte della politica, in questo caso, consiste nel far credere al più forte di aver vinto mentre il più debole incassa il risultato.

Giuseppe Conte, dal canto suo, ha detto a Realpolitik di avere paura che l’Italia entri in guerra, e ha spiegato che il Paese va dritto, giorno dopo giorno, verso una direzione che nessuno in Europa sta indicando con chiarezza. Il leader del Movimento Cinque Stelle ha invocato una svolta negoziale, ha ricordato che in guerra ci si rotola e può capitare l’incidente, il drone deviato, qualsiasi cosa, e ha chiesto che l’Europa diventi protagonista di un percorso di pace. La sicurezza cooperativa, ha aggiunto, prevale sulla deterrenza militare, e se l’Italia sarà capofila di questa svolta sarà contagiosa. Le sue parole, in un settembre che vede i caccia Nato abbattere droni in Lituania e la Russia minacciare la Polonia, suonano come una voce fuori dal coro che nessuno, a Bruxelles, sembra voler ascoltare.

Trump ha poi scelto di rinominare l’intelligenza artificiale, proponendo di chiamarla Intelligenza Superiore, Intelligenza Estrema o Intelligenza Suprema, e ha lanciato un sondaggio su Truth per raccogliere le preferenze degli utenti. Il problema dell’IA, a suo dire, è soltanto il nome, come per il cambiamento climatico non c’è alcun allarme, e chi ostacolerà lo sviluppo del settore verrà perseguito. Ha annunciato la creazione di una AI Force, sul modello della Space Force, e la nomina di uno zar dell’IA, precisando che si astengano i perditempo, cercasi solo persone con QI elevato. L’intelligenza artificiale, secondo il presidente americano, rappresenterà fino al venticinque per cento del Pil degli Stati Uniti, e gli Usa sono in vantaggio sulla Cina e vogliono restarci. La tecnologia, in questa versione, è una corsa che si vince a colpi di nomi altisonanti e di dichiarazioni roboanti, mentre gli esperti continuano a chiedere prudenza e i chatbot continuano a generare rapporti che quasi scatenano guerre.

La scure di Trump si è abbattuta, infine, sui giornalisti di Cnn, MsNow e Politico, ai quali è stato negato l’accesso alla Casa Bianca. I badge sono stati disattivati, le corrispondenti hanno raccontato di essere state fermate ai tornelli e invitate a consegnare il tesserino, e la White House Correspondents’ Association ha definito il provvedimento incostituzionale, chiedendo il ripristino immediato dell’accesso. La Cnn ha parlato di assalto illegale al diritto fondamentale di informare, Politico ha promesso di difendere con fermezza i diritti garantiti dal Primo Emendamento, e Bruce Brown del Reporters Committee ha spiegato che quando la Casa Bianca invita dei giornalisti non può mettere al bando altri perché non gradisce quello che scrivono. Molti funzionari sono stati colti di sorpresa dalla direttiva, annunciata mentre la capo dello staff Susie Wiles era fuori città, e alla Casa Bianca si starebbe già pensando a quali altre testate aggiungere, con Washington Post e New York Times in cima alla lista. Nel Paese che ha inventato la libertà di stampa, il presidente ha deciso chi può entrare nella casa del popolo, e la definizione, nella sua apparente innocenza, contiene tutta la distanza che separa la democrazia dallo spettacolo.

A Pontida, il prato si è preparato ad accogliere il popolo della Lega, con lo slogan «Non passa lo straniero» stampato sulle transenne e l’immagine di Alberto da Giussano che campeggia sul palco. Nel giorno in cui Umberto Bossi avrebbe compiuto ottantacinque anni, il partito ha ricordato il fondatore, mentre sui muri e sull’asfalto comparivano scritte con vernice bianca che accusano Salvini di aver tradito il federalismo. I bigliettini sparsi lungo il marciapiede parlano di Lega traditora e ladrona, l’elettore non ti perdona, e la base, che pure si prepara a due giorni di festa, mostra crepe che nessun palco può nascondere. L’autonomia resta centrale in una campagna elettorale che si preannuncia difficile, e i giovani padani, chiamati ad aprire l’evento, dovranno spiegare ai militanti perché il partito che un tempo sognava la secessione oggi discute di bolli auto e di flat tax.

Il caffè della vergogna, stamattina, sa di asfalto e di vernice, di ghiaccio artico e di badge disattivati. Una ragazza muore su una strada di provincia, Trump si prende la Groenlandia e la racconta come una conquista, Conte invoca la pace mentre l’Europa si arma, l’intelligenza artificiale cambia nome e diventa suprema, tre testate vengono bandite dalla Casa Bianca, e a Pontida qualcuno scrive sui muri che il federalismo è stato tradito. Il mondo, in questo settembre, è un mosaico dove i forti firmano accordi e i deboli li ispirano, e la verità sta in mezzo, dove nessun algoritmo può arrivare.

Neil Postman, Divertirsi da morire, Marsilio, Venezia, 2002
Hannah Arendt, Verità e politica, Bollati Boringhieri, Torino, 2004
Zygmunt Bauman, Paura liquida, Laterza, Roma-Bari, 2006
James Gleick, Caos, Rizzoli, Milano, 1989
Jared Diamond, Collasso, Einaudi, Torino, 2005
Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 1986
Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi, Milano, 1981


The Lawn and the Ban Caffè della VerGOGNA, September 20, 2026 edition

A seventeen-year-old girl died shortly before midnight on the Mazzanese road in Nepi, trapped between the sheet metal of the car she was traveling in. Emergency medical personnel from 118 could only confirm her death, while three other young people were rescued and firefighters worked alongside the Carabinieri to restore an appearance of normality to the road. The province of Viterbo, in these hours, counts a young life shattered against a guardrail, and the news, in its dryness, contains all the grief that no news article will ever be able to tell. Italian roads continue to kill at night, when headlights illuminate only the stretch ahead.

In Greenland, Donald Trump announced what he defines as a historic agreement on American military presence, and in Copenhagen Prime Minister Mette Frederiksen spoke of a good agreement that strengthens common security in the Arctic and recognizes the sovereignty and territorial integrity of the Kingdom. The correspondent of Danish newspaper Berlingske summarized the feeling with a quip worth more than a treaty: quiet, let’s not tell Trump it was the Kingdom of Denmark that won. The novelty of the agreement lies in the prohibition for non-NATO countries to establish bases or invest in critical minerals without written authorization from Washington, and Marco Rubio explained that the deal permanently addresses American security concerns. A defense pact between the US and Denmark exists from 1951, renewed in 2004, and already guaranteed Americans the possibility of expanding military presence. Trump presents as a personal victory what Danish diplomacy has managed to package for him, and Greenland, which in 2019 refused to be bought, today becomes a de facto protectorate. The art of politics, in this case, consists of making the stronger believe they won while the weaker collects the result.

Giuseppe Conte, for his part, told Realpolitik that he fears Italy will enter the war, and explained that the country is marching day after day toward a direction that no one in Europe is clearly indicating. The leader of the Five Star Movement called for a negotiating turn, reminded that in war you roll the dice and accidents can happen — a diverted drone, anything — and asked that Europe become the protagonist of a peace path. Cooperative security, he added, prevails over military deterrence, and if Italy will be the leader of this turn it will be contagious. His words, in a September where NATO fighters shoot down drones in Lithuania and Russia threatens Poland, sound like a voice outside the chorus that no one, in Brussels, seems willing to listen to.

Trump then chose to rename artificial intelligence, proposing to call it Superior Intelligence, Extreme Intelligence, or Supreme Intelligence, and launched a poll on Truth to collect user preferences. The problem with AI, in his view, is only the name, just as for climate change there is no alarm, and anyone hindering the sector’s development will be prosecuted. He announced the creation of an AI Force, modeled on the Space Force, and the appointment of an AI czar, specifying that deadbeats should refrain, seeking only people with high IQ. Artificial intelligence, according to the American president, will represent up to twenty-five percent of US GDP, and the US is ahead of China and wants to stay that way. Technology, in this version, is a race won with grandiose names and bombastic declarations, while experts continue to urge caution and chatbots continue to generate reports that nearly trigger wars.

Trump’s axe finally fell on journalists from CNN, MSNBC, and Politico, whose access to the White House was denied. Badges were deactivated, correspondents reported being stopped at turnstiles and asked to hand in their credentials, and the White House Correspondents’ Association defined the measure unconstitutional, demanding immediate restoration of access. CNN spoke of an illegal assault on the fundamental right to inform, Politico promised to firmly defend rights guaranteed by the First Amendment, and Bruce Brown of the Reporters Committee explained that when the White House invites journalists it cannot ban others because it dislikes what they write. Many officials were caught off-guard by the directive, announced while Chief of Staff Susie Wiles was out of town, and at the White House they are already thinking about which other outlets to add, with the Washington Post and New York Times at the top of the list. In the country that invented freedom of the press, the president has decided who may enter the people’s house, and the definition, in its apparent innocence, contains the whole distance separating democracy from spectacle.

In Pontida, the lawn prepared to welcome the League’s people, with the slogan “The foreigner shall not pass” printed on barriers and the image of Alberto da Giussano dominating the stage. On the day Umberto Bossi would have turned eighty-five, the party remembered the founder, while on walls and asphalt appeared white paint writing accusing Salvini of betraying federalism. Leaflets scattered along the sidewalk speak of a traitorous and thieving League, the voter does not forgive you, and the base, which nevertheless prepares for two days of celebration, shows cracks that no stage can hide. Autonomy remains central in an election campaign that promises to be difficult, and the young Po Valley natives, called to open the event, will have to explain to militants why the party that once dreamed of secession now discusses car stamp taxes and flat taxes.

The coffee of shame, this morning, tastes of asphalt and paint, of Arctic ice and deactivated badges. A girl dies on a provincial road, Trump takes Greenland and recounts it as a conquest, Conte calls for peace while Europe arms, artificial intelligence changes name and becomes supreme, three outlets are banned from the White House, and in Pontida someone writes on the walls that federalism has been betrayed. The world, in this September, is a mosaic where the strong sign agreements and the weak inspire them, and truth lies somewhere in between, where no algorithm can reach.

Neil Postman, Amusing Ourselves to Death, Marsilio, Venice, 2002 Hannah Arendt, Truth and Politics, Bollati Boringhieri, Turin, 2004 Zygmunt Bauman, Liquid Fear, Laterza, Rome-Bari, 2006 James Gleick, Chaos, Rizzoli, Milan, 1989 Jared Diamond, Collapse, Einaudi, Turin, 2005 Primo Levi, The Drowned and the Saved, Einaudi, Turin, 1986 Elias Canetti, Crowds and Power, Adelphi, Milan, 1981

Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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