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Il Pippardino e l’Armata Brancaleone

Scena settima: "Il tradimento e il milione"

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
12 Aprile 2026
in Intrattenimento
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Il Pippardino e l’Armata Brancaleone
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Scena settima: “Il tradimento e il milione”

Giorno otto. L’indomani dell’occupazione vittoriosa. Il Pippardino entra a Palazzo Senatorio come un re senza corona, accompagnato dall’Armata Brancaleone. Il sindaco – un democristiano pentito che ora si definisce “tecnico” – lo aspetta in una sala affrescata da pittori del Cinquecento. Ci sono anche l’assessore Er Mignotta, il capo di gabinetto, e un uomo in doppiopetto blu che nessuno ha mai visto ma che puzza di banca lontano un miglio.

Sindaco – Accomodati, Pippardino. Ti offro un caffè.

Pippardino – Il caffè me lo pago da solo. Coi soldi che non ho.

Il sindaco sorride, falso come una banconota da millecinquecento lire.

Sindaco – Allora, veniamo al sodo. Voi volete case, lavoro, servizi. Noi vogliamo la piazza libera. Si può trovare un accordo.

Pippardino – Che accordo? Voi avete governato ‘sta città per trent’anni e l’avete ridotta ‘n parcheggio. Adesso venite a offrirmi ‘n accordo?

Uomo doppiopetto (interviene, voce melliflua) – Giovane, io rappresento un gruppo di imprenditori che vogliono investire su Roma. Turismo, grandi eventi, stadio. Posti di lavoro, tanti. Ma serve ordine. Non tende in piazza.

Pippardino – E chi sei tu?

Uomo doppiopetto – Mi chiamo Ing. Magnani. Sono il consulente del sindaco per lo sviluppo urbano.

Er Caciotta (sottovoce a Lola) – A me ‘sto tipo me fa venire ‘n dubbio. Sembra quello che voleva comprà le case popolari per farci gli alberghi.

Lola – È quello.

Pippardino – Senta, Ing. Magnani, io le case popolari non le vendo. Le case popolari le riparo, le ridò alla gente, e chi ci abita paga un affitto onesto. Non due milioni al mese per ‘n monolocale coi muri che cadono.

Magnani – Il mercato, giovane, il mercato…

Pippardino – Il mercato è una merda. E lo dice uno che di economia capisce quanto ‘n pesce rosso della fisica quantistica.

La riunione va avanti per due ore. Non si arriva a nulla. Il sindaco propone briciole. Il Pippardino chiede la luna. Alla fine, il sindaco si alza.

Sindaco – Domani vi faccio sapere. Intanto, stasera, togliete le tende. Per dimostrare buona fede.

Pippardino – Le tende restano. La buona fede l’abbiamo dimostrata stando qui a parlare con lei che ci ha rubato per anni.

Escono. La piazza è ancora piena, ma qualcosa è cambiato. L’aria è pesante.

—

Giorno nove. Il tradimento.

Alle 5 del mattino, mentre l’Armata Brancaleone dorme nelle tende, arrivano le ruspe. Non le aveva ordinate il sindaco – diranno dopo – ma un “imprenditore privato” che voleva “liberare l’area”. Le ruspe cominciano a demolire le tende. La gente urla, scappa, qualcuno si mette davanti. I giornalisti filmano. La polizia, quella vera, arriva dopo mezz’ora. Troppo tardi. Il danno è fatto.

Il Pippardino si sveglia con la tela della tenda che gli cade addosso. Vede le ruspe, vede la gente che piange, vede le coperte sporche di fango.

Pippardino – Cazzo.

Lola è accanto a lui, in lacrime.

Lola – Ci hanno tradito.

Er Caciotta – Quelli non sono uomini. Sono serpenti.

Er Cinese – E mo’ che facciamo? Ce ne andiamo?

Er Muto (forte, chiarissimo) – No.

Il Pippardino si alza. Ha la faccia sporca, i vestiti strappati, ma gli occhi accesi.

Pippardino – No, nun ce ne andiamo. Andiamo da loro.

Er Cinese – Da chi?

Pippardino – A Montecitorio. A Palazzo Chigi. Al Quirinale. Dovunque stanno ‘sti pezzi de merda. Perché ‘sta roba nun è più ‘na questione de Roma. È ‘na questione nazionale.

Prende il megafono dalle mani di Er Cobra. Sale su una ruspa ferma.

Pippardino (con megafono) – Gente de Roma, ascoltatemi. Ci hanno tradito. Pensavano che fossimo quattro sfigati co’ le tende. Invece siamo il popolo. E il popolo, quando si sveglia, fa tremare i palazzi.

La folla si raduna. Non più diecimila. Venti, trenta, quarantamila.

Pippardino – Oggi si va a Montecitorio. Oggi si dice a quelli che ci governano: “O ci ascoltate, o vi buttiamo giù le porte”. Senza violenza. Ma con la forza della verità.

Un boato. La folla si mette in marcia. Da piazza Venezia, su per via del Corso. Il Pippardino in testa, l’Armata intorno.

—

Ore 14. Piazza Montecitorio. La Camera dei Deputati. I blindati sono schierati. I carabinieri hanno i caschi blu. Ma dietro la folla, che non smette di arrivare. Non solo da Roma. Da Napoli, da Milano, da Palermo, da Torino. I pullman, i treni, le auto. La notizia è passata in tv. La parola d’ordine: “Tutti a Roma”.

Il Pippardino sale sulla fontana di piazza Montecitorio. Ha l’acqua fino alle caviglie. Lola gli sta accanto, con l’ombrello.

Pippardino – Signori deputati, signori onorevoli, signori ladri. Siamo qui. Un milione. Forse più. Non abbiamo armi. Abbiamo solo la fame, la disperazione, e la voglia di non morire in silenzio.

La folla applaude. Qualcuno grida: “Pippardino presidente!”

Pippardino – Presidente de che? Io nun voglio esse presidente. Voglio solo che ‘sto paese torni ad essere de tutti, non de quattro banchieri e de ‘n presidente del Consiglio che possiede tre televisioni.

Dentro Montecitorio, il caos. I deputati si affacciano. Il presidente della Camera convoca d’urgenza il Capo dello Stato. I carabinieri ricevono l’ordine: “Non sparare, per carità”.

Ore 16. La folla è ormai un milione e mezzo. Occupa piazza Montecitorio, piazza Colonna, via del Corso. Le forze dell’ordine sono circondate. Qualcuno offre loro panini e acqua.

Er Caciotta – Mo’ che facciamo? Sfondiamo le porte?

Pippardino – No. Aspettiamo. Se sfondiamo, diventiamo violenti. E se diventiamo violenti, hanno vinto loro.

Lola – E se non escono?

Pippardino – Prima o poi l’acqua sale. E anche i pesci più furbi devono venire a galla.

Ore 18. Arriva la notizia. Il Presidente della Repubblica – un uomo anziano, saggio, che ha visto la guerra – chiede di parlare con il Pippardino. In diretta nazionale.

Il Pippardino entra a Montecitorio. Lo accompagnano Lola, Er Caciotta, Er Cinese, Er Muto, e la suora Francesca. I carabinieri li salutano. Nell’emiciclo, i deputati sono seduti, muti. Il Presidente lo aspetta al banco della presidenza.

Presidente – Dottor Pippardino…

Pippardino – Non sono dottore. Non ho nemmeno la terza media.

Presidente (sorride) – Allora, signor Pippardino. Mi dica cosa vuole.

Pippardino – Vogliamo che il governo si dimetta. Vogliamo elezioni subito. Vogliamo una nuova Costituente che scriva le regole per fermare la corruzione, la speculazione, il precariato. Vogliamo che la politica torni a servire la gente, non i poteri forti.

Presidente – Sono richieste pesanti.

Pippardino – E pesante è la fame di un milione e mezzo di persone che stanno fuori. Più pesante di qualunque richiesta.

Il Presidente lo guarda. Poi guarda i deputati. Poi guarda l’orologio.

Presidente – E se io le dicessi di no?

Pippardino – Allora restiamo. Un giorno, una settimana, un mese. Abbiamo le tende. E abbiamo imparato a resistere.

Silenzio. Poi il Presidente si alza.

Presidente – Convocherò il Consiglio dei Ministri tra un’ora. Le chiedo di aspettare.

Pippardino – Aspettiamo. Tanto nun c’avemo niente da fa’.

—

Ore 21. Il Presidente annuncia in diretta tv: il governo ha rassegnato le dimissioni. Il Parlamento sarà sciolto. Elezioni anticipate tra sessanta giorni. Una nuova legge elettorale sarà scritta da una commissione indipendente. E, per la prima volta, “il popolo sarà ascoltato”.

La folla esplode. Non ci sono lacrimogeni. Non ci sono scontri. Ci sono solo abbracci, pianti, canti. Il Pippardino esce da Montecitorio, in cima alla scalinata. La folla lo acclama. Lui alza una mano.

Pippardino – Non è una vittoria. È l’inizio. L’inizio di qualcosa che non sappiamo ancora cosa sarà. Ma almeno, ora, lo decidiamo insieme.

Lola lo bacia sulla guancia. Er Caciotta piange come un bambino. Er Cinese abbraccia Er Muto. La suora Francesca accende una sigaretta e guarda il cielo.

Suora Francesca – Dio esiste. E oggi ha fatto un miracolo.

Er Caciotta – Quale miracolo?

Suora Francesca – Ha fatto sì che un milione di coglioni si mettesse d’accordo.

—

La notte. Roma è piena di gente che festeggia. I fuochi d’artificio, i clacson, le bandiere. Il Pippardino è seduto sui gradini del Campidoglio, quello stesso Campidoglio che avevano occupato dieci giorni prima. Intorno a lui, l’Armata Brancaleone. E intorno all’Armata, una folla che non vuole andarsene.

Er Caciotta – E mo’ che facciamo? Io nun so’ capace a fa’ il politico.

Pippardino – Nessuno lo chiede. Noi torniamo al nostro scalino. Torniamo a nun capì un cazzo. Ma intanto, ‘sto cazzo de mondo è cambiato.

Lola – E se cambia di nuovo? Se torna come prima?

Pippardino – Allora risaremo qui. Con le tende. Coi cartelli. Co’ le risate. Perché la rivoluzione non è un evento. È un’abitudine.

Er Muto si alza. Ha un foglio in mano. È il primo numero de “Nun se capisce più un cazzo”, tutto spiegazzato e macchiato di caffè.

Er Muto – Lo teniamo?

Pippardino – Sempre. È la nostra Costituente. Quella vera.

Prende il foglio, lo alza verso il cielo di Roma.

Pippardino – A voi, popolo italiano. A voi che avete riempito le piazze. A voi che non avete mollato. A voi che nun capite un cazzo ma avete il coraggio di ammetterlo. Questo è il vostro giornale. Questa è la vostra voce. Questa è la vostra rivincita.

La folla acclama. Il Pippardino si gira verso l’Armata.

Pippardino – Dai, andiamo a bere qualcosa. Ho sete.

Er Caciotta – Coi soldi?

Pippardino – Coi soldi che non abbiamo. Come sempre.

Ridono. E si allontanano, tra la folla che li applaude. Cinque ragazzi, una Olivetti, e un milione di persone che hanno scoperto che il potere, a volte, si può prendere. Basta avere la faccia tosta e un foglio fotocopiato.

Fine della settima scena. Il colpo di stato popolare è riuscito. Non c’è stato un colpo di stato militare. C’è stato un colpo di stato di disperati. E il Pippardino, il pesce che nuotava contromano, ha portato tutto il mare con sé.*

Roma, 1992. L’anno in cui tutto è cambiato. L’anno in cui cinque ragazzi hanno dimostrato che anche “nun capisce un cazzo” può essere l’inizio di una nuova storia.

E la storia, si sa, la scrivono quelli che non hanno paura di sembrare ridicoli.

Fine.

Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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