Un ragazzo si è fatto scrivere il tema dall’intelligenza artificiale e, per non farsi scoprire, le ha chiesto di aggiungere qualche errore da quattordicenne distratto. Il problema non è il trucco, è l’idea di non doverci provare nemmeno. Il punto è davvero l’AI, o è che non vogliamo più fare nemmeno il minimo sforzo?
Gli italiani e l’AI si sono incontrati così: fai questo riassunto, trova una ricetta con due zucchine tristi, scrivi un messaggio carino a mia zia. All’inizio era un aiuto, poi è diventato un tappeto elastico per la pigrizia: demandiamo tutto, dai compiti in classe alle scuse per WhatsApp.
Intanto ripetiamo che la tecnologia ci sta togliendo spazio, autonomia, dignità. La mattina dopo, però, la usiamo per correggere il curriculum, tradurre l’email al capo e dare la giusta indignazione al post contro la tecnologia stessa.
La vera sostituzione non è quella del lavoratore, ma del buon senso: abbiamo spento la nostra attenzione e, per siglare questo patto di resa, ci è bastato scorrere fino in fondo e cliccare accetto senza leggere nemmeno una riga.



















