C’è una generazione, la nostra, che ha sviluppato un talento speciale: rimpiangere il passato più di quanto immagini il futuro. Vi sembra normale? Rimpiangiamo gli anni ’80 e ’90 come se fossero un santino, eppure allora non ci sembravano così miracolosi: c’era la fila alla cabina, il televisore pesava quanto un frigorifero e per cambiare canale serviva un volontario. Eppure guardavamo avanti.
Negli anni ’20 si sognava il volo, nei ’50 il frigorifero, nei ’60 la luna. Il futuro era una porta spalancata, luminosa e un po’ sfrontata. La fatica c’era, ma aveva un senso: si costruiva.
Noi no. Noi fissiamo il domani come si guarda un preventivo troppo salato: con sospetto e rassegnazione. I prezzi delle case, i contratti eternamente a termine, il clima impazzito danno alla nostalgia l’aria della saggezza.
Così trasformiamo il passato in un presepe permanente dove tutto era meglio, noi compresi. Ma senza un racconto del domani nessuno corre verso il futuro: si torna indietro a lucidare ricordi, invece di allungare la mano per prenderselo.


















