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Sal Da Vinci, una canzone d’amore e la deriva ideologica del femminismo

L.M.B. by L.M.B.
9 Marzo 2026
in Attualità
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Sal Da Vinci, una canzone d’amore e la deriva ideologica del femminismo
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di Antonella Baiocchi , psicoterapeuta.

È bastata una canzone d’amore per scatenare una polemica ideologica.

Il brano “Per sempre sì” di Sal Da Vinci, presentato a Sanremo, celebra l’idea di un amore capace di durare nel tempo.

Eppure alcune voci del dibattito femminista lo hanno accusato di trasmettere un messaggio culturale pericoloso: l’idea di un amore “per sempre” richiamerebbe una mentalità patriarcale e perfino una possibile radice dei femminicidi.

Il ragionamento, nella sua versione più radicale, è semplice: se una relazione finisce, la promessa romantica di amore eterno potrebbe trasformarsi in possesso e quindi in violenza.

Ma questa lettura rivela un evidente corto circuito culturale.

Ridurre tutto a una narrazione ideologica che trasforma qualsiasi idea di amore stabile in un sintomo di patriarcato rischia di produrre un effetto paradossale: demonizzare il valore universale dell’impegno reciproco tra due persone.

Confondere l’amore con il possesso è un errore.

Ma confondere l’impegno con la violenza lo è altrettanto.

Un certo tossico femminismo contemporaneo è fermamente intenzionato a trasformare la legittima lotta contro la violenza in una guerra culturale contro il maschile, nella quale ogni simbolo relazionale tradizionale – dal matrimonio alla promessa di durata – diventa automaticamente sospetto.

La realtà delle relazioni è molto più complessa: la violenza non nasce dalle parole di una canzone, da una promessa d’amore, né tantomeno dal genere maschile.

Nasce dalla fragilità identitaria e dall’analfabetismo emotivo, che rendono incapaci di gestire la divergenza con modalità rispettose ed espongono uomini e donne al Debolicidio: l’annientamento del divergente in posizione di vulnerabilità da parte di chi si trova in posizione di potere.

 

Chi agisce il Debolicidio è infatti affetto da analfabetismo psicologico: non ha appreso il valore del diverso, del relativo, dell’opinabile; si lascia guidare da disvalori come l’invidia, il possesso, la vendetta e il controllo ed è incapace di realizzare il reciproco rispetto nelle relazioni.

Ed è importante ricordarlo: il Debolicidio non ha genere.

Le vittime possono essere donne, uomini, anziani, giovani, minori.
E anche i carnefici non hanno un sesso predeterminato.

Per questo è pericoloso costruire narrazioni semplicistiche nelle quali l’uomo viene rappresentato come aggressore per definizione e la donna come vittima per natura, arrivando talvolta a ignorare o minimizzare i molti casi di cronaca che mostrano come la violenza di cui siamo capaci noi donne, casi che – fortunatamente – trovano spazio e documentazione anche sul sito www.lafionda.com.

Una società matura dovrebbe distinguere tra amore e possesso, impegno e controllo, promessa e costrizione.

Ma soprattutto dovrebbe avere il coraggio di abbandonare le lenti ideologiche con cui una parte del femminismo continua a leggere la realtà delle relazioni.

Nessuno nega la violenza subita da molte donne, né la violenza agita da alcuni uomini.
Sarebbe ingiusto e irresponsabile farlo.

Ma è altrettanto pericoloso negare, minimizzare o rendere invisibile la violenza subita dagli uomini e quella agita anche da noi donne, perpetuando una narrazione che demonizza il maschile e santifica il femminile.

La realtà è più complessa delle ideologie.

Ed è proprio ciò che emerge anche dal Report 2025 pubblicato su www.laviolenzanonhasesso.it, che documenta come la violenza relazionale attraversi generi, ruoli e contesti diversi.

Per questo il primo passo per contrastarla davvero è abbandonare i paraocchi ideologici.

Perché la violenza non è maschile.
Non è femminile.

La violenza non ha genere.

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L.M.B.

L.M.B.

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