di Antonella Baiocchi , psicoterapeuta.
È bastata una canzone d’amore per scatenare una polemica ideologica.
Il brano “Per sempre sì” di Sal Da Vinci, presentato a Sanremo, celebra l’idea di un amore capace di durare nel tempo.
Eppure alcune voci del dibattito femminista lo hanno accusato di trasmettere un messaggio culturale pericoloso: l’idea di un amore “per sempre” richiamerebbe una mentalità patriarcale e perfino una possibile radice dei femminicidi.
Il ragionamento, nella sua versione più radicale, è semplice: se una relazione finisce, la promessa romantica di amore eterno potrebbe trasformarsi in possesso e quindi in violenza.
Ma questa lettura rivela un evidente corto circuito culturale.
Ridurre tutto a una narrazione ideologica che trasforma qualsiasi idea di amore stabile in un sintomo di patriarcato rischia di produrre un effetto paradossale: demonizzare il valore universale dell’impegno reciproco tra due persone.
Confondere l’amore con il possesso è un errore.
Ma confondere l’impegno con la violenza lo è altrettanto.
Un certo tossico femminismo contemporaneo è fermamente intenzionato a trasformare la legittima lotta contro la violenza in una guerra culturale contro il maschile, nella quale ogni simbolo relazionale tradizionale – dal matrimonio alla promessa di durata – diventa automaticamente sospetto.
La realtà delle relazioni è molto più complessa: la violenza non nasce dalle parole di una canzone, da una promessa d’amore, né tantomeno dal genere maschile.
Nasce dalla fragilità identitaria e dall’analfabetismo emotivo, che rendono incapaci di gestire la divergenza con modalità rispettose ed espongono uomini e donne al Debolicidio: l’annientamento del divergente in posizione di vulnerabilità da parte di chi si trova in posizione di potere.
Chi agisce il Debolicidio è infatti affetto da analfabetismo psicologico: non ha appreso il valore del diverso, del relativo, dell’opinabile; si lascia guidare da disvalori come l’invidia, il possesso, la vendetta e il controllo ed è incapace di realizzare il reciproco rispetto nelle relazioni.
Ed è importante ricordarlo: il Debolicidio non ha genere.
Le vittime possono essere donne, uomini, anziani, giovani, minori.
E anche i carnefici non hanno un sesso predeterminato.
Per questo è pericoloso costruire narrazioni semplicistiche nelle quali l’uomo viene rappresentato come aggressore per definizione e la donna come vittima per natura, arrivando talvolta a ignorare o minimizzare i molti casi di cronaca che mostrano come la violenza di cui siamo capaci noi donne, casi che – fortunatamente – trovano spazio e documentazione anche sul sito www.lafionda.com.
Una società matura dovrebbe distinguere tra amore e possesso, impegno e controllo, promessa e costrizione.
Ma soprattutto dovrebbe avere il coraggio di abbandonare le lenti ideologiche con cui una parte del femminismo continua a leggere la realtà delle relazioni.
Nessuno nega la violenza subita da molte donne, né la violenza agita da alcuni uomini.
Sarebbe ingiusto e irresponsabile farlo.
Ma è altrettanto pericoloso negare, minimizzare o rendere invisibile la violenza subita dagli uomini e quella agita anche da noi donne, perpetuando una narrazione che demonizza il maschile e santifica il femminile.
La realtà è più complessa delle ideologie.
Ed è proprio ciò che emerge anche dal Report 2025 pubblicato su www.laviolenzanonhasesso.it, che documenta come la violenza relazionale attraversi generi, ruoli e contesti diversi.
Per questo il primo passo per contrastarla davvero è abbandonare i paraocchi ideologici.
Perché la violenza non è maschile.
Non è femminile.
La violenza non ha genere.



















