C’è un momento, nella traiettoria di ogni artista, in cui il linguaggio cambia forma ma resta fedele alla propria radice. È esattamente ciò che è accaduto a Simone Di Matteo, che sui suoi profili social ufficiali sorprende il pubblico con un annuncio destinato a segnare una svolta nel suo percorso creativo. Con parole tanto dirette quanto passionali «Quando mi metto qualcosa in testa, è più facile tagliarmi la testa che togliermi un’idea», Di Matteo introduce per la prima volta la sua dimensione di artista visivo, presentando Relitti, il suo primo progetto espositivo.

Simone Di Matteo presenta Relitti
Per anni il pubblico ha imparato a conoscere Simone Di Matteo attraverso la sua scrittura, la televisione e il racconto.
Ora il noto scrittore, giornalista, opinionista televisivo, da luglio 2024 al timone della testata giornalistica digitale Lopinione.com, in questo nuovo capitolo affonda le radici in qualcosa di ancora più profondo e originario. Relitti infatti non è semplicemente una mostra: è un’indagine sull’essenza delle cose, costruita attraverso materiali restituiti dal mare. Oggetti consumati dal tempo, frammenti che diventano testimonianza e linguaggio.

«Non lo faccio per moda, e nemmeno per nostalgia, ma per ascoltare ciò che, in qualche modo, continua a vivere attraverso me», scrive l’autore.
La prima serie dell’esposizione porterà un titolo evocativo: “Ciò che resta degli dèi”. Non si tratta di un richiamo nostalgico al mito classico, ma della sua decostruzione. I volti che emergono dalle opere non consolano, non rassicurano: sono presenze sospese, che non chiedono fede ma implorano attenzione.
Di Matteo sembra voler interrogare lo spettatore su ciò che rimane quando il senso si sgretola, quando le parole, da sempre suo strumento principale, non bastano più: «È un lavoro su quello che rimane quando le parole si dissolvono, e forse anche su ciò che resta di noi. Di me, soprattutto».
Con Relitti, il giornalista e opinionista conferma ciò che il pubblico intuiva da tempo: la sua è una ricerca che non si esaurisce in un solo linguaggio. Scrittura, parola, immagine, tutto converge in una visione coerente e profondamente personale. Nessun cambio di direzione, piuttosto un ampliamento. Un ritorno all’origine, forse. O, come suggerisce il titolo della serie, a ciò che resta.




















