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CARO LA RUSSA: LO STATO NON DOVREBBE TUTELARE IN BASE AL SESSO

L.M.B. by L.M.B.
31 Luglio 2026
in Attualità
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CARO LA RUSSA:  LO STATO NON DOVREBBE TUTELARE IN BASE AL SESSO
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di Antonella Baiocchi – Presidente del Comitato Bigenitorialità e Pari Opportunità Oltre il Genere

Le dichiarazioni del Presidente del Senato Ignazio La Russa sul nuovo reato di femminicidio meritano una riflessione seria.
Parlo come Presidente del Comitato Bigenitorialità e Pari Opportunità Oltre il Genere, un movimento nazionale che riunisce centinaia di uomini e donne accomunati da un obiettivo preciso: promuovere una cultura della violenza realmente inclusiva, capace di riconoscere tutte le vittime e di perseguire tutti i carnefici, indipendentemente dal loro sesso.
È proprio in questa veste che ritengo doveroso esprimere il nostro dissenso.
Il 15 luglio scorso il nostro Comitato ha depositato presso la Corte di Cassazione cinque proposte di legge (vi invitiamo a firmarle) e una richiesta di referendum abrogativo, perché crediamo che il principio costituzionale di uguaglianza debba trovare piena applicazione anche nella tutela delle vittime della violenza.

Quando il Presidente La Russa afferma che lo Stato deve lanciare un messaggio scegliendo “da che parte stare”, noi rispondiamo con convinzione che lo Stato deve stare dalla parte di ogni vittima, non dalla parte di un sesso.
Essere contrari ad un reato costruito sulla base del sesso della vittima non significa non rispettare le donne.
Significa ritenere che la tutela delle donne non possa essere costruita creando, anche involontariamente, una gerarchia tra le vittime.
Una donna assassinata merita tutta la giustizia possibile.
Ma la stessa giustizia deve essere riconosciuta all’uomo ucciso dalla compagna, al padre annientato attraverso i figli, al bambino maltrattato, all’anziano abusato, alla persona con disabilità e a chiunque venga sopraffatto da chi, uomo o donna che sia, in quella relazione, dispone di maggiore potere.
La gravità di un omicidio deve dipendere dalla condotta dell’assassino, dalle motivazioni, dalla crudeltà, dalla premeditazione e dalla vulnerabilità della vittima.
Non può dipendere automaticamente dal sesso della persona uccisa.

Da anni coi componenti del Comitato sosteniamo una prospettiva diversa.
La violenza non nasce dall’essere uomini o donne.
Nasce dall’incapacità di gestire le divergenze nel rispetto dell’altro.

Continuare a raccontare ogni donna uccisa nell’ambito di una relazione come vittima di un odio nei confronti della categoria “donna”, assimilando questi delitti ai crimini d’odio motivati dal razzismo, dall’antisemitismo, dall’omofobia o dalla persecuzione religiosa, significa, a nostro avviso, attribuire loro una motivazione che nella grande maggioranza dei casi non corrisponde alla reale dinamica dei fatti.
Nelle nostre società democratiche e civilmente evolute, l’omicidio di una donna in quanto donna, inteso come autentico crimine d’odio contro il sesso femminile, rappresenta un fenomeno residuale, riconducibile a casi eccezionali, come alcuni serial killer o contesti culturali profondamente discriminatori nei confronti della donna, estranei ai principi su cui si fonda la nostra società.
Nella grande maggioranza dei delitti relazionali, invece, non si uccide una donna perché appartenente al sesso femminile: si uccide una persona con la quale è maturata una divergenza sentimentale, familiare, economica o genitoriale che l’autore non è stato capace di gestire in modo rispettoso.
È questa incapacità di elaborare il conflitto, e non l’appartenenza sessuale della vittima, che costituisce il vero nodo su cui la prevenzione dovrebbe concentrarsi.
Separazioni, rifiuti, gelosie, tradimenti, conflitti economici, affidamento dei figli, desiderio di controllo, vendetta: sono questi i contesti nei quali alcune persone, uomini e donne, trasformano la divergenza in sopraffazione.
Il nostro Comitato definisce questa radice culturale e psicologica Analfabetismo Psicologico: l’incapacità di riconoscere e governare le proprie emozioni, di accettare il limite, di tollerare il rifiuto e di rispettare la libertà dell’altro.
È da questa prospettiva che nasce il concetto di Debolicidio: l’annientamento della persona più vulnerabile da parte di chi, in quella specifica relazione, esercita una posizione di maggiore potere, sia esso fisico, psicologico, economico, familiare, giuridico o relazionale.

Per questo riteniamo che la violenza debba essere studiata e contrastata guardando alle dinamiche della relazione, non al sesso dei protagonisti.
Anche sul piano della prevenzione non condividiamo la scelta del legislatore.
L’omicidio del partner era già punito con le pene più severe previste dal nostro ordinamento.
Creare un nuovo reato fondato sul sesso della vittima:
• Non impedirà ad un assassino di uccidere.
• Non gli insegnerà a gestire un rifiuto.
• Non svilupperà competenze emotive.
• Non ridurrà la dipendenza affettiva.
• Non impedirà che un conflitto degeneri in tragedia.
La vera prevenzione inizia molto prima del processo penale.
Comincia nelle famiglie, nelle scuole e nella società.
Comincia con l’educazione psicologica, emotiva e relazionale.
Richiede servizi realmente accessibili a tutte le vittime e percorsi efficaci per tutti gli autori di violenza.

Come Presidente del Comitato voglio ribadire con assoluta chiarezza un principio.
Noi non chiediamo meno tutela per le donne.
Chiediamo la stessa tutela per tutti.
Chiediamo che ogni vittima venga riconosciuta, ascoltata e protetta.
Chiediamo che ogni autore di violenza venga perseguito con la stessa determinazione, sia esso uomo o donna.
Chiediamo che le politiche pubbliche abbandonino ogni discriminazione fondata sul sesso e si fondino, invece, sulle conoscenze della psicologia, della criminologia e delle scienze delle relazioni.
Il confronto pubblico non dovrebbe trasformarsi nell’ennesima guerra tra uomini e donne.
La vera scelta è un’altra.
Da una parte c’è un modello che continua a dividere preventivamente l’umanità tra un sesso carnefice e un sesso vittima.
Dall’altra c’è un modello che considera ogni persona degna della stessa tutela, riconosce ogni forma di vulnerabilità e combatte ogni forma di prevaricazione.
Come Presidente del Comitato Bigenitorialità e Pari Opportunità Oltre il Genere, scelgo convintamente questo secondo modello.
Ed è il modello che continueremo a proporre attraverso le nostre iniziative culturali e le nostre proposte legislative.
Perché la giustizia non può avere genere.
La tutela non può avere genere.
Le Pari Opportunità non possono avere genere.
Lo Stato deve stare dalla parte di ogni vittima e contro ogni carnefice.
Sempre.
Non uno di meno.

Antonella Baiocchi
Presidente del Comitato Bigenitorialità e Pari Opportunità Oltre il Genere
Psicoterapeuta ed esperta in criminologia

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L.M.B.

L.M.B.

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