di Antonella Baiocchi, Psicoterapeuta – Esperta in Criminologia – Presidente del Comitato Bigenitorialità e Pari Opportunità Oltre il Genere – Direttore Scientifico APROSIR Antiviolenza ODV
ABSTRACT- SINTESI (sotto l’articolo completo)
Il femminicidio viene definito come l’uccisione di una donna in quanto donna, cioè per un movente d’odio -disprezzo legato al genere. Su questo presupposto sono state costruite politiche pubbliche e norme come la cosiddetta Legge Femminicidio (art. 577-bis c.p.) e il Codice Rosso, che, secondo numerosi osservatori, hanno introdotto tutele differenziate e modificato l’equilibrio tra garanzie difensive ed esigenze di protezione.
Ma se questo presupposto fosse errato?
Per verificarlo abbiamo analizzato 120 omicidi di donne pubblicati dall’Osservatorio Nazionale di Non Una di Meno, ricostruendone il movente caso per caso. Nei casi esaminati non emerge alcun omicidio motivato “dall’odio verso la donna in quanto donna”. Ricorrono invece separazioni non accettate, rifiuti sentimentali, gelosia, controllo, conflitti familiari, controversie economiche e altre divergenze relazionali, accomunate dall’intolleranza verso la divergenza e dall’incapacità di gestire il conflitto in modo rispettoso.
Se ulteriori ricerche confermassero questi risultati, si renderebbe necessario riesaminare il fondamento scientifico delle politiche e delle norme costruite su tale presupposto, verificandone anche la compatibilità con i principi costituzionali di uguaglianza e con il corretto equilibrio tra tutela delle vittime, garanzie processuali e diritti fondamentali.
1. LA VIOLENZA HA DAVVERO UN SOLO SESSO?
Negli ultimi anni il dibattito pubblico italiano ha progressivamente adottato una rappresentazione della violenza fondata su un presupposto che, con il tempo, è diventato quasi indiscutibile: l’uomo viene descritto prevalentemente come autore della violenza, la donna come vittima, incapace di violenza se non in risposta di una violenza subita.
Questa impostazione, nata per richiamare l’attenzione sulla violenza subita dalle donne, ha progressivamente assunto i contorni di un vero e proprio paradigma culturale, che tende a interpretare la violenza come un fenomeno prevalentemente unidirezionale: dall’uomo verso la donna.
Di conseguenza, il dibattito pubblico, i mezzi di informazione e perfino le istituzioni, finiscono per osservare la violenza attraverso una lente che attribuisce un ruolo diverso alle persone prima ancora di analizzarne i comportamenti: l’uomo viene più facilmente associato al ruolo di potenziale carnefice, la donna a quello di vittima.
Il problema non è soltanto culturale.
Ogni volta che una società interpreta un fenomeno attraverso un’unica chiave di lettura, corre il rischio di trascurarne altri aspetti altrettanto importanti.
Una diagnosi incompleta porta inevitabilmente a una prevenzione incompleta.
Se attribuiamo la violenza prevalentemente al sesso dell’autore, rischiamo infatti di concentrare l’attenzione su chi commette il reato, trascurando il perché lo commette.
Eppure è proprio il perché che dovrebbe interessare chiunque voglia comprenderne davvero le cause e prevenirla.
Da psicoterapeuta, dopo molti anni di lavoro clinico e di studio della violenza relazionale, sono giunta a una convinzione che ha guidato anche l’indagine presentata in queste pagine.
La violenza non nasce da un cromosoma.
Nasce quando una persona non riesce ad accettare una divergenza: un rifiuto, una separazione, una frustrazione, una perdita, un conflitto o la sensazione di perdere il controllo della relazione e del contesto in cui vive.
In alcuni individui, incapaci di elaborare queste esperienze in modo maturo, la divergenza viene vissuta come una minaccia intollerabile e può trasformarsi in controllo, sopraffazione e, nei casi più estremi, nell’annientamento dell’altro.
È da questa riflessione che nasce la domanda centrale di questo lavoro.
Siamo davvero sicuri che gli omicidi di donne oggi classificati come femminicidi siano prevalentemente riconducibili all’odio verso il sesso femminile? Oppure stiamo attribuendo a un fenomeno complesso una spiegazione troppo semplice?
Prima di rispondere, è necessario mettere da parte slogan, appartenenze ideologiche e convinzioni personali, per lasciare spazio alla verifica dei fatti.
2. LE CONSEGUENZE DI UNA LETTURA UNIDIREZIONALE DELLA VIOLENZA
Ogni modello interpretativo produce inevitabilmente delle conseguenze.
Il modo in cui si definisce un problema condiziona infatti il modo in cui si decide di affrontarlo.
Se riteniamo che la violenza sia prevalentemente un fenomeno dell’uomo contro la donna, è naturale che le politiche di prevenzione, i servizi di assistenza, le campagne di sensibilizzazione, la raccolta dei dati e perfino il dibattito pubblico vengano costruiti attorno a questa rappresentazione.
Ma cosa accade se questa rappresentazione descrive soltanto una parte della realtà?
Il rischio è quello di concentrare l’attenzione su una sola categoria di vittime di violenza relazionale ed affettiva, rendendo meno visibili se non addirittura invisibili, tutte le altre.
Così come accade agli uomini vittime di violenza domestica (e alle persone LGBT), che oggi non godono pressoché di alcun riconoscimento e tutela da parte dello Stato.
Ma le conseguenze non riguardano soltanto le vittime.
Un paradigma interpretativo influenza inevitabilmente anche chi è chiamato a prevenire e contrastare la violenza: Magistrati, Forze dell’ordine, Assistenti sociali, Psicologi, Psicoterapeuti, Psichiatri, Educatori.
Quando una chiave di lettura diventa dominante, è altissimo il rischio che orienti (anche inconsapevolmente) il modo di osservare i fatti, di interpretare i comportamenti e di valutare le responsabilità.
Le conseguenze del condizionamento ideologico possono riflettersi anche sul piano istituzionale.
Possono influenzare:
• Il modo in cui vengono distribuite le risorse pubbliche.
• Il modo in cui vengono raccolti i dati statistici.
• La progettazione dei servizi di tutela.
• Perfino la produzione normativa.
Riprenderò più avanti nei capitoli conclusivi tali ricadute.
Per il momento è sufficiente porsi una domanda: siamo sicuri che l’attuale paradigma “uomo carnefice -donna vittima” descriva davvero la natura della violenza più grave che si consuma all’interno delle relazioni?
Per rispondere non bastano opinioni.
Occorre tornare ai fatti.
Ed è proprio da qui che prende avvio la nostra indagine.
3. DALLE POLEMICHE AI FATTI
Nelle ultime settimane il Generale Roberto Vannacci è stato duramente contestato per aver affermato che «il femminicidio non esiste, è un omicidio come tutti gli altri» e che «uomini e donne sono uguali davanti alla legge, non c’è bisogno di proteggere gli uni nei confronti degli altri e devono essere tutti soggetti alle stesse regole. Un reato non è più o meno grave in base al sesso della vittima: questa è la vera parità».
Le sue dichiarazioni hanno acceso un intenso dibattito pubblico.
Molti le hanno considerate una provocazione.
Io, invece, vi ho riconosciuto un’occasione preziosa.
Da molti anni, come psicoterapeuta ed esperta in criminologia, sostengo che la violenza non possa essere compresa limitandosi a osservare il sesso dell’autore e della vittima. Eppure, affrontare pubblicamente questo tema è stato spesso difficile.
Mettere in discussione alcune narrazioni dominanti significa esporsi al rischio di essere fraintesi, etichettati o accusati di voler minimizzare la violenza contro le donne.
Le dichiarazioni di Roberto Vannacci hanno avuto sicuramente un merito: portare al centro del dibattito una domanda che, fino a poco tempo fa, sembrava quasi impossibile porre pubblicamente.
Siamo davvero sicuri che gli omicidi di donne che oggi definiamo femminicidi abbiano, nella maggior parte dei casi, il movente “uccise in quanto donne”?
Questa non è una domanda politica.
È una domanda criminologica.
E come ogni domanda criminologica merita una risposta fondata sui fatti, non sulle convinzioni.
Per questo ho deciso di trasformare un dibattito mediatico in un’indagine.
Insieme allo staff del Comitato Bigenitorialità e Pari Opportunità Oltre il Genere e di APROSIR Antiviolenza ODV, abbiamo analizzato sistematicamente tutti gli omicidi di donne pubblicati dall’Osservatorio Nazionale Non Una Di Meno nel 2025 e fino al 30 luglio 2026.
Abbiamo ricostruito, uno per uno, 120 casi, verificando il rapporto tra autore e vittima, il contesto relazionale, la dinamica dei fatti e il movente ricostruito dalle fonti giornalistiche e giudiziarie disponibili.
L’obiettivo non era dimostrare che Vannacci avesse ragione.
Né dimostrare che avesse torto.
L’obiettivo era molto più semplice: capire se i fatti confermassero oppure no la definizione di femminicidio oggi maggiormente utilizzata nel dibattito pubblico.
È da questa indagine, e non da una posizione ideologica, che prende avvio il presente lavoro.
4. CHE COS’È DAVVERO IL FEMMINICIDIO?
Prima di analizzare i casi è necessario chiarire un punto fondamentale.
Di che cosa stiamo parlando quando utilizziamo la parola femminicidio?
Nel linguaggio comune il termine viene spesso impiegato come sinonimo di “omicidio di una donna”.
Dal punto di vista criminologico, però, la questione è diversa.
Le principali organizzazioni internazionali, tra cui OMS, UN Women (Ente delle Nazioni Unite per l’Uguaglianza di Genere e l’Empowerment delle Donne) e UNODC ( United Nations Office on Drugs and Crime, cioè Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine) descrivono il femminicidio come l’uccisione intenzionale di una donna per motivazioni legate al suo essere donna, cioè a fattori connessi al genere, come la discriminazione, gli stereotipi di genere, il dominio o altre motivazioni riconducibili al genere.
Anche il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP), in un documento pubblicato il 16 giugno 2026, richiama l’origine del termine ricordando la definizione della criminologa Diana Russell: il femminicidio è «l’uccisione di una donna in quanto donna, cioè per ragioni che hanno a che fare con il genere». Il CNOP aggiunge che il termine è stato introdotto proprio perché la parola omicidio, considerata neutra, «finiva per cancellare l’informazione che più conta, e cioè il movente». Nello stesso documento il Consiglio afferma inoltre che le norme più recenti riconoscono «un movente specifico, fatto di odio, dominio e possesso esercitati sulla donna in quanto donna».
Ciò che distingue quindi il femminicidio da un generico omicidio non è il sesso della vittima, ma il movente, il perché viene uccisa.
Una donna può essere uccisa durante una rapina.
Per una lite familiare.
Per una controversia economica.
Per una questione ereditaria.
Per pietà.
Per una vendetta.
Per motivazioni psicopatologiche.
Oppure perché qualcuno la uccide proprio in quanto donna.
Sono situazioni profondamente diverse.
Nelle prime ipotesi, la vittima è una donna, ma il suo sesso non rappresenta il motivo dell’omicidio.
Nell’ultima, invece, il movente coincide con il sesso della vittima: “ti uccido ‘perché sei una donna’ non per ciò che hai fatto o detto di spiacevole”.
La differenza non è soltanto terminologica.
È il punto centrale dell’intero dibattito.
Se definiamo femminicidio l’uccisione di una donna in quanto donna, allora il dato decisivo non è il numero delle vittime. È il movente.
Ed è proprio qui che nasce il problema: nel dibattito pubblico il termine “femminicidio” viene spesso utilizzato prima ancora che il movente sia stato accertato.
Molti episodi vengono presentati come femminicidi fin dalle prime ore successive ai fatti, quando le indagini sono ancora in corso e le motivazioni dell’autore non sono state ricostruite.
Da psicoterapeuta ed esperta in criminologia ritengo che questo passaggio meriti particolare attenzione.
Una classificazione fondata sul movente dovrebbe essere utilizzata solo dopo aver accertato il movente.
In caso contrario si rischia di attribuire alla causa dell’omicidio ciò che, in realtà, rappresenta soltanto una caratteristica della vittima.
È stata proprio questa osservazione a dare origine alla nostra indagine.
Se il femminicidio è definito dal movente, allora non basta contare quante donne vengono uccise.
Occorre chiedersi, una per una, perché sono state uccise.
Ed è esattamente ciò che abbiamo deciso di fare.
5. L’INDAGINE (le tabelle del lavoro effettuato sono reperibili sulla home del Comitato)
L’indagine ha preso in esame il database dell’Osservatorio Nazionale Non Una di Meno, che riportava inizialmente 141 episodi relativi agli anni 2025 e al periodo gennaio-luglio 2026. Poiché l’Osservatorio svolge una funzione di monitoraggio della cronaca, ogni caso è stato sottoposto a verifica individuale attraverso le fonti giornalistiche e gli sviluppi investigativi disponibili. Sono stati esclusi i suicidi, le morti non riconducibili a omicidio, i doppioni, i casi ancora privi di sufficienti elementi investigativi e gli episodi non pertinenti. Il campione definitivo è risultato così composto da 120 omicidi volontari di donne, analizzati singolarmente ai fini della ricostruzione del contesto relazionale e del movente.
A questo punto il campione era finalmente pronto.
Restava da affrontare la domanda più importante: che cosa raccontano davvero questi 120 omicidi?
6. CHE COSA RACCONTANO DAVVERO I 120 CASI?

Terminata la verifica del database, l’indagine poteva finalmente entrare nel vivo.
Che cosa raccontano davvero questi 120 omicidi?
Le cronache descrivono prevalentemente donne uccise semplicemente perché donne?
Oppure raccontano storie molto diverse, accomunate da dinamiche relazionali specifiche?
Per rispondere non abbiamo formulato interpretazioni personali.
Per ciascun episodio abbiamo annotato esclusivamente il movente ricostruito dagli investigatori o riportato dalle principali fonti giornalistiche.
Il quadro emerso è apparso sorprendentemente uniforme.
Nella grande maggioranza dei casi ricorrono separazioni non accettate, rifiuti sentimentali, gelosia, controllo, possesso, conflitti familiari, controversie economiche, dissidi ereditari, gravi disturbi psichiatrici, episodi di pietatis causa o altre specifiche divergenze relazionali.
Naturalmente ogni vicenda conserva la propria unicità.
Ogni omicidio rappresenta una tragedia diversa.
E nessuna classificazione potrà mai restituire tutta la complessità delle singole storie.
Eppure, osservando i casi nel loro insieme, emerge un dato difficilmente ignorabile: il movente ricostruito dalle fonti riguarda quasi sempre un conflitto concreto maturato all’interno di una relazione personale.
Nel campione analizzato, invece, non abbiamo individuato casi nei quali le fonti attribuiscano espressamente l’omicidio all’odio verso la donna in quanto appartenente al sesso femminile.
Questa osservazione richiede una precisazione importante: non dimostra che un simile movente non possa esistere (è plausibile infatti, che in determinati contesti storici, culturali o ideologici, possano verificarsi omicidi nei quali l’appartenenza della vittima al sesso femminile costituisca effettivamente il movente del delitto), ma dimostra semplicemente, che un simile movente non emerge nei casi oggetto della presente indagine.
Le fonti giornalistiche e gli elementi investigativi disponibili descrivono prevalentemente conflitti relazionali specifici.
È una differenza sostanziale.
Perché se il femminicidio è definito dal movente, allora è proprio il movente che deve guidare la classificazione dei casi. (Tab C)

Ma l’indagine, a questo punto, pone una domanda ancora più interessante.
Che cosa accomuna moventi apparentemente così diversi tra loro?
7. CHE COSA HANNO IN COMUNE QUESTI 120 OMICIDI?
A una prima lettura, i 120 casi sembrano raccontare storie completamente diverse.
C’è chi uccide dopo una separazione.
Chi non accetta la fine di una relazione.
Chi agisce per gelosia.
Chi è coinvolto in una controversia economica.
Chi litiga per un’eredità.
Chi manifesta un grave disturbo psichiatrico.
Chi compie un gesto improvviso al culmine di un conflitto.
Ogni vicenda presenta caratteristiche proprie.
Eppure, osservandole tutte insieme, emerge un filo conduttore sorprendente.
Prima dell’omicidio compare quasi sempre una divergenza.
Qualcosa accade.
Qualcuno prende una decisione che l’altro non accetta.
Una relazione termina.
Una richiesta viene respinta.
Un patrimonio diventa motivo di conflitto.
Un figlio diventa oggetto di contesa.
Una persona rivendica la propria autonomia.
Le circostanze cambiano. Ma il meccanismo sembra ripetersi.
L’autore dell’omicidio non riesce ad accettare quella nuova realtà.
La divergenza viene vissuta come una minaccia.
Il rifiuto come un’umiliazione.
La perdita del controllo come qualcosa di intollerabile.
È in questo momento che il conflitto può trasformarsi in sopraffazione.
L’omicidio non appare quindi come il punto di partenza della vicenda (“in quanto donna”).
Appare come l’esito estremo di una divergenza che l’autore non è stato capace di elaborare in modo rispettoso.
Ed è proprio questa osservazione che apre la strada a una riflessione ancora più ampia.
Se il comune denominatore non sembra essere il sesso della vittima…Siamo davvero sicuri che il paradigma oggi dominante riesca a spiegare fino in fondo ciò che abbiamo osservato?
8. E IL PATRIARCATO?
A questo punto dell’indagine emerge spontaneamente un’altra domanda.
Se il filo conduttore della gran parte dei 120 casi analizzati sembra essere la divergenza relazionale, quale ruolo svolge il patriarcato, oggi considerato da molti la principale causa della violenza contro le donne?
È una domanda inevitabile.
Ed è anche una domanda delicata.
Per secoli molte società sono state organizzate secondo modelli patriarcali, nei quali gli uomini detenevano la maggior parte del potere politico, economico, giuridico e familiare, mentre le donne vivevano in una condizione di minore autonomia e di minori diritti.
Questa realtà storica appartiene alla nostra storia e nessuno può negarla.
La vera questione, però, è un’altra.
È corretto utilizzare quel modello storico per spiegare la maggior parte degli omicidi che avvengono oggi?
I 120 casi analizzati sembrano suggerire una risposta più complessa: in nessuno di essi il movente ricostruito dalle fonti viene descritto come l’odio verso la donna in quanto appartenente al sesso femminile.
Ricorrono invece separazioni, rifiuti, gelosia, conflitti economici, controversie familiari, controllo, possesso e altre divergenze relazionali.
Questo non significa negare che il patriarcato sia esistito.
Significa chiedersi se esso rappresenti davvero la chiave interpretativa più adeguata per comprendere la violenza relazionale contemporanea.
Dal punto di vista psicologico, il problema sembra collocarsi a un livello più profondo.
Il potere, di per sé, non genera violenza: diventa pericoloso quando viene esercitato da persone incapaci di gestire il conflitto, la frustrazione, il rifiuto e la divergenza.
Per secoli quel potere è stato prevalentemente nelle mani degli uomini.
Le vittime sono state moltissime donne.
Ma non soltanto donne.
La storia è attraversata da persecuzioni contro oppositori politici, minoranze religiose, popolazioni conquistate, schiavi, dissidenti e milioni di uomini eliminati perché rappresentavano un ostacolo agli interessi di chi deteneva il potere.
Ciò che accomuna queste vittime è la loro posizione di vulnerabilità rispetto a chi esercitava il potere.
Chi deteneva il potere colpiva chiunque ostacolasse i propri interessi, mettesse in discussione la propria autorità o si trovasse in una condizione che lo rendeva più facilmente dominabile.
Le donne sono state, in molte epoche storiche, tra le principali vittime di questo meccanismo perché vivevano in una condizione di discriminazione, con minori diritti e minore autonomia sociale, economica e giuridica.
Ma ridurre il patriarcato alla sola oppressione degli uomini sulle donne significa leggere solo una parte della storia.
Lo stesso sistema di potere ha prodotto anche milioni di vittime maschili: oppositori politici, dissidenti, soldati mandati a morire, schiavi, appartenenti a minoranze religiose o etniche, uomini eliminati perché rappresentavano un ostacolo agli interessi di chi governava.
Il potere non protegge automaticamente chi appartiene allo stesso sesso di chi lo esercita.
Protegge chi gli è funzionale e colpisce chi lo ostacola.
Per questo motivo, il vero tratto distintivo della prevaricazione non è il sesso della vittima, ma la sua condizione di vulnerabilità rispetto a chi, in quel momento, dispone di una posizione di potere. Quando il potere si accompagna all’incapacità di rispettare il diverso, l’opinabile e il relativo, perché ci si considera depositari della verità, viene meno la capacità di promuovere il reciproco rispetto. Chi è convinto di “essere dalla parte della ragione” (di possedere “la verità”) non dialoga: pretende di imporla. Le divergenze non vengono affrontate attraverso il confronto, ma vissute come una minaccia da neutralizzare. La frustrazione, il rifiuto e la divergenza diventano intollerabili e l’altro viene progressivamente percepito non come una persona da comprendere, ma come un ostacolo da rimuovere e, nei casi più estremi, da eliminare.
Se si dimentica questa realtà storica e si identifica il patriarcato esclusivamente con la violenza degli uomini sulle donne, si rischia di trarre una conclusione fuorviante: che gli uomini appartengano naturalmente alla categoria dei carnefici e le donne a quella delle vittime.
La storia racconta invece qualcosa di diverso: chi detiene il potere può prevaricare uomini o donne, in quanto ciò che determina la vittima non è il sesso, ma la sua posizione di vulnerabilità rispetto all’interlocutore in posizione di potere con il quale si è trovata a divergere/ostacolare.
Oggi il contesto è profondamente cambiato.
Le donne hanno giustamente conquistato ruoli di responsabilità nella magistratura, nella politica, nelle professioni, nell’economia e nelle istituzioni.
Questa è una conquista di civiltà.
Ma l’accesso al potere non modifica automaticamente il funzionamento psicologico delle persone.
Quando una persona non è in grado di gestire il conflitto, tenderà a utilizzare il potere in modo prevaricatorio indipendentemente dal proprio sesso.
Per questo oggi osserviamo uomini che esercitano violenza.
Ma osserviamo anche donne che esercitano violenza: forme di controllo psicologico, economico, relazionale, genitoriale o giudiziario. Ed anche violenza fisica.
Ciò che cambia è chi detiene, di volta in volta, una posizione di potere.
Non il meccanismo psicologico attraverso cui quella posizione viene utilizzata.
L’indagine, quindi, sembra suggerire che la vera radice della violenza non risieda nel sesso di chi esercita il potere, bensì nella sua incapacità di gestire la divergenza quando dispone di una posizione di superiorità.
Ed è proprio questa osservazione che ci ha spinto a compiere un’ultima verifica.
Se questa interpretazione è corretta, dovrebbe ritrovarsi anche negli omicidi in cui la vittima è un uomo.
9. UNA VERIFICA PARALLELA: GLI UOMINI UCCISI DALLE PARTNER
Terminata l’analisi dei 120 omicidi di donne, è sorta spontaneamente un’ulteriore domanda.
Se il filo conduttore individuato dalla presente indagine è corretto, dovrebbe emergere anche quando la vittima è un uomo?
Per rispondere abbiamo svolto una verifica parallela sui casi di uomini uccisi dalle partner raccolti e documentati dal portale LaFionda.com.
Questa analisi non costituisce l’oggetto principale del presente lavoro e non pretende di avere lo stesso valore metodologico dell’indagine condotta sul database di Non Una Di Meno.
Ha un obiettivo molto più circoscritto.
Verificare se i moventi descritti dalla cronaca cambino al cambiare del sesso della vittima.
Il risultato, pur nei limiti di questa verifica esplorativa, appare sorprendentemente coerente.
Anche negli omicidi di uomini ricorrono con frequenza separazioni conflittuali, gelosia, vendette, controversie economiche, conflitti familiari, controllo, possesso e altre divergenze relazionali.
Cambiano le persone.
Cambiano le storie.
Ma il meccanismo sembra ripetersi.
Anche in questi casi la violenza non appare come un gesto improvviso e privo di contesto.
Si inserisce, nella maggior parte degli episodi, all’interno di relazioni già profondamente deteriorate, nelle quali una divergenza viene vissuta come intollerabile.
Naturalmente questa verifica non consente di trarre conclusioni statistiche definitive.
Tuttavia offre un’indicazione importante.
Le dinamiche relazionali osservate negli omicidi di donne sembrano ripresentarsi anche negli omicidi di uomini.
Se questa osservazione dovesse trovare conferma attraverso studi più ampi, ne deriverebbe una conseguenza di grande rilievo.
Il comune denominatore della violenza relazionale non sembra essere il sesso della vittima, ma il modo in cui alcune persone reagiscono quando non riescono ad accettare una divergenza.
Ed è proprio questa prospettiva che induce a interrogarsi anche sulle conseguenze prodotte dall’attuale modello interpretativo.
10. QUANDO SI SBAGLIA DIAGNOSI, SI SBAGLIA ANCHE LA CURA
Ogni medico lo sa: una diagnosi errata conduce quasi inevitabilmente a una terapia errata.
Lo stesso principio vale per la violenza.
Se attribuiamo la causa principale del fenomeno al sesso dell’autore, costruiremo inevitabilmente strumenti di prevenzione, servizi di tutela e norme giuridiche coerenti con quella diagnosi.
Ma se, come sembra emergere dalla presente indagine, il comune denominatore della violenza, le conseguenze non si limitano al piano culturale.
L’idea che la violenza sia prevalentemente un fenomeno dell’uomo contro la donna ha progressivamente orientato anche il sistema istituzionale e legislativo.
Il numero 1522, la rete dei Centri Antiviolenza, i finanziamenti pubblici e gran parte della raccolta statistica continuano a essere rivolti solo alle donne, lasciando uomini vittime di violenza, persone LGBT prive di una tutela realmente paritaria.
Questa impostazione ha inciso anche sulla produzione normativa.
Emblematica è l’introduzione dell’articolo 577-bis del Codice penale, previsto dalla cosiddetta “Legge Femminicidio”. La ratio della norma è quella di prevedere una tutela rafforzata per le donne, sul presupposto che esse siano esposte a un particolare rischio di violenza riconducibile al femminicidio, inteso come crimine d’odio fondato sul sesso della vittima. Proprio questo presupposto, tuttavia, è ciò che la presente indagine invita a verificare criticamente. Nei 120 casi analizzati, infatti, un movente riconducibile all’odio verso la donna in quanto donna non emerge dalle fonti esaminate. A nostro avviso, se il presupposto della norma merita di essere riesaminato, merita di esserlo anche la scelta di introdurre un trattamento sanzionatorio differenziato che, nella sostanza, attribuisce un diverso valore giuridico alla vita delle persone in funzione del loro sesso.
Analogamente, l’evoluzione normativa culminata nel Codice Rosso ha privilegiato un modello di tutela fortemente orientato alla protezione della presunta vittima, modificando l’equilibrio tra esigenze di protezione e garanzie difensive.
In questo contesto si inserisce anche il fenomeno delle false accuse strumentali nelle separazioni, documentato dai dossier del Centro Studi Applicati (CSA). Quando il sistema offre vantaggi processuali o civili collegati alla denuncia, aumenta il rischio di un utilizzo distorto dello strumento penale. Le conseguenze possono essere gravissime: uomini privati per anni della propria reputazione, delle risorse economiche, della casa e, soprattutto, del rapporto con i figli, prima che l’infondatezza delle accuse venga eventualmente accertata.
Le vittime più silenziose restano proprio i bambini, spesso coinvolti in conflitti giudiziari che li trasformano in orfani di genitore vivo.
Se il sesso dell’autore non rappresenta il vero filo conduttore della violenza relazionale, allora qual è il paradigma capace di spiegare, con un unico modello interpretativo, la violenza esercitata da uomini e donne?
È proprio da questa domanda che nasce la prospettiva che presenteremo nel capitolo conclusivo.
11. DAL FEMMINICIDIO AL DEBOLICIDIO: UN NUOVO PARADIGMA INTERPRETATIVO
L’indagine condotta fin qui sembra condurre a una conclusione precisa.
Nei 120 casi analizzati il filo conduttore non appare costituito dal sesso della vittima.
Ricorrono invece, con sorprendente regolarità, separazioni, rifiuti, gelosia, conflitti economici, controversie familiari, controllo, possesso e altre divergenze relazionali.
La verifica parallela sugli uomini uccisi dalle partner sembra mostrare dinamiche analoghe.
Se queste osservazioni sono corrette, allora il paradigma interpretativo oggi dominante appare insufficiente a spiegare l’intero fenomeno.
È proprio da questa constatazione che, qualche anno fa, è nata la prospettiva del Debolicidio.
Non si tratta di negare l’esistenza della violenza contro le donne.
Né di minimizzarla.
Al contrario: si tratta di collocarla all’interno di un modello interpretativo più ampio, capace di spiegare con gli stessi meccanismi psicologici tutte le forme di violenza relazionale.
La prospettiva del Debolicidio parte da un presupposto semplice.
La violenza non nasce dal sesso.
Nasce dall’incontro tra tre fattori:
L’Analfabetismo Psicologico è la mancanza di competenze psicologiche, emotive e relazionali che rende la persona incapace di gestire le emozioni, tollerare il conflitto, rispettare la divergenza e accettare il rifiuto. Ne derivano comportamenti guidati da disvalori quali invidia, controllo, possesso, vendetta, intolleranza verso il diverso, incapacità di accettare l’opinabile e il relativo, fino all’illusione che il mondo sia diviso tra chi ha ragione e chi ha torto. È questa condizione che impedisce la costruzione del reciproco rispetto, presupposto fondamentale di ogni relazione sana.
Una divergenza, un ostacolo alle proprie necessità
La posizione di potere (fisico, psicologico, economico, giuridico, di ruolo).
Quando il potere si accompagna all’Analfabetismo Psicologico, la persona è indotta alla “gestione dicotomica delle divergenze”: le divergenze non vengono affrontate attraverso il confronto, ma vissute come una minaccia da neutralizzare, come un ostacolo da rimuovere e, nei casi più estremi, da eliminare. (Tab D)
Per questo motivo, il vero tratto distintivo della prevaricazione non è il sesso della vittima, ma la sua condizione di vulnerabilità rispetto a chi, in quel momento, dispone di una posizione di potere.
L’Analfabetismo Psicologico è l’esplosivo.
La Divergenza è la miccia che può portare all’esplosione di violenza.
È questa la ragione per cui il Debolicidio comprende non soltanto gli omicidi di donne.
Se vogliamo ridurre realmente la violenza, è qui che dobbiamo intervenire.
Non contrapponendo uomini e donne, ma fornendo alle persone adeguate competenze psicologiche, emotive, relazionali, al fine di indurle a gestire il conflitto, il rifiuto, la frustrazione e il potere in modo rispettoso.
E’ contrastando l’Analfabetismo Psicologico che nasce una società realmente non violenta.
12. DALL’INDAGINE ALLE PROPOSTE DI LEGGE
Ogni indagine che individua un problema dovrebbe interrogarsi anche sulle possibili soluzioni.
Se il comune denominatore della violenza relazionale non è il sesso dell’autore ma l’incapacità di gestire la divergenza, allora anche la prevenzione dovrebbe cambiare prospettiva.
L’obiettivo non dovrebbe essere contrapporre uomini e donne.
Dovrebbe essere sviluppare competenze psicologiche e relazionali, riconoscere tutte le vittime e costruire strumenti realmente universali di tutela.
La prevenzione dovrebbe concentrarsi sulle cause profonde della violenza e non soltanto sulle categorie nelle quali, di volta in volta, essa si manifesta.
È con questo spirito che il 15 luglio 2026 il Comitato Bigenitorialità e Pari Opportunità Oltre il Genere, di cui sono Presidente, ha depositato presso la Corte Suprema di Cassazione quattro proposte di legge di iniziativa popolare e una richiesta di referendum abrogativo.
Le iniziative riguardano:
• una disciplina più efficace contro le false accuse strumentali nelle separazioni;
• una riforma finalizzata a garantire una reale bigenitorialità e il diritto dei figli a mantenere un rapporto equilibrato con entrambi i genitori;
• una tutela realmente universale di tutte le vittime di violenza, indipendentemente dal sesso (CAV anche per gli uomini);
• l’abrogazione dell’articolo 577-bis del Codice penale, affinché la vita umana riceva identica tutela giuridica;
• un referendum abrogativo dello stesso articolo 577-bis.
Queste proposte non nascono da una contrapposizione tra uomini e donne.
Nascono dalla convinzione che la dignità della persona non dipenda dal suo sesso, ma dalla sua comune appartenenza all’umanità.
Per questo motivo invitiamo il lettore non ad aderire a una posizione ideologica, ma a conoscere le proposte, valutarle criticamente e contribuire a un confronto pubblico fondato sui fatti.
Le proposte possono essere consultate e sottoscritte sul sito del Comitato Bigenitorialità e Pari Opportunità Oltre il Genere.
13. CONCLUSIONI
Questa indagine nasce da alcune dichiarazioni del Generale Roberto Vannacci. Molti le hanno considerate una provocazione. Io ho preferito considerarle un’ipotesi di lavoro da sottoporre a verifica.
Per questo motivo sono stati analizzati 120 omicidi di donne (lista Non Una di Meno), alla ricerca di un movente riconducibile all’odio verso le donne in quanto donne.
Nei casi esaminati tale movente non è emerso.
Sono invece emerse dinamiche relazionali ricorrenti, comuni agli omicidi commessi da uomini e da donne: separazioni non accettate, rifiuti sentimentali, gelosia, desiderio di controllo e possesso, conflitti familiari, controversie economiche, vendetta e, soprattutto, incapacità di gestire la divergenza e il conflitto.
Questi risultati sono coerenti sia con la mia esperienza clinica maturata in oltre trent’anni di attività come psicoterapeuta ed esperta in criminologia, sia con il modello teorico del Debolicidio, secondo il quale la violenza nasce prevalentemente dall’incapacità di gestire rispettosamente le divergenze relazionali e non dall’appartenenza della vittima a una determinata categoria.
Per queste ragioni ritengo condivisibile la riflessione del Generale Roberto Vannacci secondo cui il diritto penale non dovrebbe attribuire un diverso valore alla vita delle persone in funzione del sesso, ma garantire identica tutela a ogni essere umano.
Naturalmente questa ricerca non pretende di essere definitiva: resta aperta al confronto e a eventuali nuove evidenze. Tuttavia, allo stato dei dati raccolti, non emerge che il movente prevalente degli omicidi di donne sia l’odio verso le donne in quanto donne.
Se tali risultati saranno confermati da ulteriori ricerche, l’idea del femminicidio come crimine motivato dall’odio verso la donna “in quanto donna” sembrerebbe appartenere più a una specifica interpretazione ideologica del fenomeno che alla realtà fattuale.
Se così fosse, non basterebbe una semplice riflessione.
Sarebbe doverosa una revisione critica dell’intero impianto culturale, normativo e comunicativo costruito attorno a tale presupposto
una seria assunzione di responsabilità istituzionale, culturale e mediatica per aver costruito politiche pubbliche, campagne comunicative e interventi normativi su un presupposto che la ricerca potrebbe risultare infondato.
Occorrerebbe il coraggio di riconoscere gli eventuali errori, rivedere le norme e le politiche discriminatorie eventualmente introdotte e ricondurre l’intero sistema ai principi costituzionali di uguaglianza, imparzialità e pari dignità sociale.
Sarebbe inoltre doveroso interrogarsi sulle conseguenze che tali scelte possono aver prodotto: la popolazione maschile discriminata, oggetto di pregiudizi e stigmatizzazione e privata di adeguata tutela, padri allontanati dai figli, figli resi orfani di genitore vivo.
Se un’impostazione errata ha contribuito a generare ingiustizie, lo Stato ha il dovere morale e giuridico di fare mea culpa, riconoscerle, porvi rimedio e impedirne il ripetersi.
La vera sfida, a mio avviso, non consiste nel creare categorie di vittime sempre più separate, ma nel comprendere e prevenire i meccanismi psicologici che trasformano una divergenza relazionale in controllo, prevaricazione, violenza e, nei casi estremi, omicidio.
In questa prospettiva il Debolicidio non sostituisce la tutela delle donne, ma la inserisce in una tutela realmente universale, capace di proteggere ogni persona vulnerabile, indipendentemente dal sesso, dall’età o dalla condizione.
Superare la logica dei “due pesi e due misure” non significa togliere diritti a qualcuno. Significa riconoscere che la vita, la dignità e la sofferenza di ogni essere umano hanno lo stesso valore. È questa, a mio avviso, la forma più autentica di giustizia e la più coerente espressione delle pari opportunità.
Antonella Baiocchi
Psicoterapeuta – Esperta in Criminologia
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