L’autonomia differenziata continua a rappresentare uno dei terreni di scontro più duri tra il governo Meloni e le opposizioni. La riforma voluta dall’esecutivo e dal ministro leghista Roberto Calderoli viene difesa dalla maggioranza come uno strumento per rafforzare le autonomie regionali e rendere più efficiente la gestione dei territori. Per le opposizioni, invece, il rischio è quello di trasformare le differenze economiche e sociali già esistenti tra Nord e Sud in disuguaglianze strutturali. Il tema centrale non riguarda soltanto l’organizzazione dello Stato, ma il futuro delle politiche pubbliche, dalla sanità alla scuola, dai trasporti alle infrastrutture fino ai servizi sociali. È proprio questa la principale preoccupazione sollevata dalle opposizioni: se le Regioni con maggiore capacità fiscale potessero gestire più competenze e risorse, il rischio sarebbe quello di indebolire progressivamente la capacità dello Stato di garantire servizi omogenei su tutto il territorio nazionale. Dopo il Senato, anche la Camera nei giorni scorsi ha dato il via libera definitivo alle risoluzioni di maggioranza favorevoli agli schemi di intesa preliminare tra il Governo e le Regioni Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto per l’attribuzione di particolari forme e condizioni di autonomia in alcune materie specifiche.

Salvini e la Lega: “L’Autonomia Differenziata è una grande riforma”
Entusiasti e al settimo cielo la Lega e il suo leader Matteo Salvini, da sempre tra i principali sostenitori dell’autonomia differenziata. Per il vicepremier, la riforma rappresenta una delle battaglie storiche del Carroccio e un passaggio fondamentale per rendere più efficiente lo Stato.
Salvini ha più volte difeso l’autonomia come una possibilità per avvicinare le decisioni ai cittadini e responsabilizzare maggiormente le amministrazioni territoriali.
Autonomia differenziata, cosa prevede la riforma del governo Meloni
La legge 26 giugno 2024, n. 86 disciplina l’attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, consentendo alle Regioni a statuto ordinario di chiedere ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia.
Il punto più delicato riguarda il trasferimento di funzioni dallo Stato alle Regioni e, soprattutto, la necessità di garantire i Livelli essenziali delle prestazioni (LEP) relativi ai diritti civili e sociali.
Ed è proprio su questo aspetto che la Corte costituzionale è intervenuta pesantemente. Con la sentenza n. 192 del 2024, la Consulta ha ridimensionato l’impianto della legge, stabilendo, tra l’altro, che l’autonomia non può trasformarsi in una devoluzione indistinta di intere materie e che devono essere rispettati i principi di solidarietà e unità nazionale. La Corte ha inoltre rilevato criticità nella disciplina dei LEP.
Questo elemento è fondamentale perché dimostra che il problema non può essere liquidato semplicemente come una contrapposizione ideologica tra Nord e Sud.
Il nodo del Sud: il timore di aumentare le disuguaglianze
Il principale argomento delle opposizioni è che l’Italia parte già da una situazione profondamente disomogenea.
Sanità, trasporti, infrastrutture, occupazione, servizi sociali, scuola e capacità amministrativa presentano differenze significative tra le diverse aree del Paese. In questo scenario, una maggiore regionalizzazione delle competenze potrebbe, secondo i critici della riforma, consolidare anziché ridurre i divari.
La questione non è quindi soltanto quante competenze verranno trasferite alle Regioni, ma soprattutto con quali risorse e attraverso quali meccanismi di perequazione.
Se il principio della solidarietà nazionale dovesse essere indebolito, il rischio denunciato dalle opposizioni è quello di costruire un sistema nel quale la qualità dei servizi pubblici dipenda sempre più dal territorio di residenza.
Una prospettiva che trasformerebbe una differenza economica già esistente in una differenza strutturale nell’accesso ai diritti.
Schlein: “L’autonomia aumenta i divari tra Nord e Sud”
La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein è stata tra le principali oppositrici della riforma.
In più occasioni Schlein ha accusato il governo di voler approvare un’autonomia differenziata destinata a “mantenere i divari territoriali e anzi aumentarli”, sottolineando anche l’assenza, a suo giudizio, di risorse destinate a ridurre le disuguaglianze.
Ha più volte parlato di uno “scalpo del Sud” e denunciato il rischio di creare cittadini di serie A e di serie B a seconda della Regione di nascita. Una posizione ribadita anche successivamente, quando Schlein ha sostenuto che l’autonomia differenziata non avrebbe danneggiato soltanto il Mezzogiorno, ma l’intero Paese: “L’autonomia fa male a tutto il Paese”.
Conte: il rischio di un Paese sempre più diseguale
Anche il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha partecipato alla mobilitazione delle opposizioni contro l’autonomia differenziata.
La posizione del M5S si inserisce in una critica più ampia alle politiche del governo considerate responsabili di un ampliamento delle disuguaglianze territoriali. Il timore è che il trasferimento di competenze senza adeguati meccanismi perequativi finisca per rafforzare le Regioni economicamente più forti.
Bonelli: “Regioni di serie A e regioni di serie Z”
Ancora più duro è stato il giudizio di Angelo Bonelli, parlando di un “attentato alla Costituzione”, sostenendo che il progetto creerebbe “regioni di serie A e regioni di serie Z”.
Secondo il leader di AVS, il problema riguarda soprattutto la distribuzione delle risorse e la possibilità di mantenere investimenti omogenei sul territorio nazionale. Bonelli ha inoltre contestato l’idea di trasferire ulteriori competenze su settori come istruzione, scuola e ambiente, prospettando il rischio di una frammentazione delle politiche pubbliche.
Fratoianni: “L’autonomia differenziata sfascia il Paese”
Nicola Fratoianni ha definito l’autonomia differenziata una riforma che “sfascia il Paese”, collegando la battaglia referendaria alla necessità di contrastare quello che considera uno degli assi portanti del governo Meloni, sottolineando che la riforma fortemente voluta dalla Lega aumenterà le disuguaglianze e frammenterà il Paese in venti sistemi territoriali differenti.
Il vero punto debole: la frammentazione delle politiche pubbliche
Al di là degli slogan politici, uno degli interrogativi più importanti riguarda la possibilità di mantenere politiche pubbliche nazionali efficaci in presenza di un trasferimento significativo di competenze.
Un sistema eccessivamente frammentato potrebbe rendere più complesso programmare interventi nazionali su scuola, sanità, ambiente, infrastrutture, energia e trasporti.
Il rischio denunciato dai critici è quello di avere venti Regioni con capacità amministrative, finanziarie e organizzative molto differenti, chiamate però a garantire diritti fondamentali.
Ed è qui che torna centrale il tema dei LEP. La stessa Corte costituzionale ha evidenziato, nel comunicato relativo alla sentenza sull’ammissibilità del referendum, che la precedente sentenza n. 192 aveva prodotto un ridimensionamento dell’oggetto dei possibili trasferimenti e aveva determinato una situazione nella quale non era possibile procedere alla determinazione dei LEP secondo l’impianto originario della legge.
Autonomia differenziata e Sud: una questione di uguaglianza
La critica delle opposizioni, dunque, non riguarda necessariamente l’idea di autonomia in quanto tale.
Il vero interrogativo è se sia possibile aumentare l’autonomia regionale senza compromettere il principio costituzionale dell’uguaglianza sostanziale dei cittadini.
Il rischio paventato è particolarmente significativo per il Mezzogiorno: se le Regioni economicamente più forti potessero trattenere maggiori risorse e gestire un numero crescente di competenze, le Regioni con una base fiscale più debole potrebbero avere maggiori difficoltà a finanziare servizi pubblici di qualità.
In altre parole, l’autonomia potrebbe diventare un moltiplicatore delle disuguaglianze già esistenti, anziché uno strumento per responsabilizzare le amministrazioni.
È questa la ragione per cui la battaglia sull’autonomia differenziata è diventata, per le opposizioni, una battaglia più ampia sul modello di Stato e sul futuro della coesione nazionale.
La Corte costituzionale ha già ridimensionato la legge
È importante, tuttavia, evitare una rappresentazione semplicistica della situazione attuale.
La Corte costituzionale non ha dichiarato illegittima l’autonomia differenziata nel suo complesso. Con la sentenza n. 192 del 2024 ha però censurato diverse parti della legge, ridimensionandone significativamente l’impianto. Nel febbraio 2025 la Consulta ha poi dichiarato inammissibile il referendum abrogativo totale sulla legge n. 86 del 2024, ritenendo non sufficientemente chiaro l’oggetto del quesito dopo le modifiche introdotte dalla stessa Corte.
Questo significa che il confronto politico non può essere ridotto alla contrapposizione tra chi vuole “l’autonomia” e chi vuole “abolirla”: oggi la questione riguarda soprattutto quale autonomia sia costituzionalmente possibile e quali garanzie debbano essere assicurate a tutti i cittadini.
Il rischio di un’Italia sempre più divisa
Il punto politico rimane però evidente. L’Italia è già un Paese caratterizzato da profondi divari territoriali. Il Mezzogiorno continua a confrontarsi con problemi strutturali che riguardano occupazione, infrastrutture, servizi sanitari e mobilità.
Per questo l’autonomia differenziata viene percepita da una parte consistente dell’opposizione come una scelta potenzialmente destinata a consolidare una Italia a due velocità.
L’autonomia differenziata rischia di andare nella direzione opposta rispetto alla necessità di rafforzare la competitività del Mezzogiorno e di ridurre i divari territoriali che ancora separano il Sud dal resto dell’Italia. Il nodo non riguarda soltanto il trasferimento di competenze dallo Stato alle Regioni, ma le possibili conseguenze sulla capacità di programmare e finanziare politiche pubbliche nazionali omogenee, soprattutto nei settori strategici per lo sviluppo economico.
In un Paese caratterizzato da profonde differenze territoriali, frammentare ulteriormente la gestione di settori come sanità, istruzione, infrastrutture, trasporti, energia, formazione e politiche industriali può aumentare la distanza tra territori che dispongono di capacità amministrative e finanziarie molto differenti. Il rischio è quello di creare condizioni sempre meno uniformi per imprese, lavoratori e cittadini, rendendo più difficile costruire una strategia nazionale di crescita.
Il problema dei divari territoriali
Il Mezzogiorno non ha bisogno soltanto di maggiori risorse, ma di politiche strutturali e coordinate capaci di intervenire sui principali ostacoli alla crescita: infrastrutture insufficienti, collegamenti ferroviari e stradali ancora carenti in molte aree, servizi sanitari disomogenei, livelli di istruzione differenti, minore occupazione e una capacità amministrativa spesso più fragile.
In questo contesto, l’autonomia differenziata potrebbe produrre un effetto paradossale: invece di concentrare gli interventi pubblici sulla riduzione dei divari, rischierebbe di trasferire ulteriori competenze a sistemi regionali che partono da condizioni economiche e amministrative molto diverse.
La questione centrale diventa quindi quella dei Livelli essenziali delle prestazioni (LEP). Se sanità, scuola e altri servizi fondamentali non vengono garantiti in modo effettivamente uniforme su tutto il territorio nazionale, l’autonomia può tradursi in una maggiore differenziazione della qualità dei servizi offerti ai cittadini.
Competitività del Sud e politiche nazionali
La crescita del Mezzogiorno non è una questione esclusivamente meridionale. Il rafforzamento dell’economia del Sud rappresenta una condizione importante per aumentare la competitività dell’intera Italia.
Un Mezzogiorno più produttivo significa infatti un mercato interno più forte, maggiore occupazione, più investimenti, maggiore capacità di attrarre imprese e capitali e un contributo più significativo alla crescita del Pil nazionale.
Per questo motivo, le politiche per il Sud dovrebbero essere inserite all’interno di una strategia nazionale di sviluppo, capace di mettere in relazione infrastrutture, formazione, innovazione, transizione energetica, digitalizzazione, occupazione e sostegno alle imprese.
Una crescente frammentazione delle competenze rischia invece di rendere più complessa una programmazione coordinata, soprattutto nei settori nei quali le economie regionali sono strettamente interconnesse.
Il rischio di un’Italia a più velocità
Il vero rischio dell’autonomia differenziata, secondo i suoi critici, non è quindi semplicemente quello di avere Regioni con più poteri, ma quello di avere Regioni con capacità differenti di garantire servizi, attrarre investimenti e sostenere la crescita economica.
Le Regioni più ricche e dotate di una maggiore capacità fiscale potrebbero trovarsi nella condizione di gestire più competenze disponendo di una struttura amministrativa e finanziaria più solida. Le Regioni meridionali, invece, potrebbero incontrare maggiori difficoltà nel sostenere lo stesso livello di servizi e investimenti.
Si potrebbe così consolidare una sorta di Italia a due velocità, nella quale le differenze iniziali anziché essere progressivamente ridotte vengono trasformate in differenze permanenti nella capacità di sviluppo.
Perché la crescita del Sud interessa tutta l’Italia
Il punto centrale del dibattito sull’autonomia differenziata è dunque il rapporto tra coesione territoriale e crescita economica.
Il Mezzogiorno non dovrebbe essere considerato soltanto come un territorio destinatario di trasferimenti pubblici, ma come una delle principali aree sulle quali costruire la futura competitività italiana. Porti, posizione geografica nel Mediterraneo, energie rinnovabili, turismo, agricoltura, industria, università e nuove tecnologie rappresentano potenzialità che possono generare valore ben oltre i confini regionali.
Per trasformare queste potenzialità in crescita strutturale servono però infrastrutture efficienti, servizi pubblici adeguati, formazione qualificata e capacità amministrativa. Sono proprio queste le condizioni che una politica nazionale di coesione dovrebbe contribuire a garantire.
Il rischio denunciato dai critici dell’autonomia differenziata è quindi che la frammentazione delle politiche pubbliche finisca per indebolire la capacità dello Stato di intervenire proprio nei settori decisivi per colmare i divari territoriali.
In questa prospettiva, rafforzare il Mezzogiorno non significa penalizzare il Nord, ma aumentare la capacità competitiva dell’intero Paese. Una crescita sostenibile dell’Italia passa infatti anche dalla possibilità di trasformare il potenziale economico del Sud in occupazione, investimenti, innovazione e valore aggiunto nazionale.
Il vero obiettivo dovrebbe essere quello di ridurre progressivamente le differenze nella qualità dei servizi e nelle opportunità economiche, creando condizioni più omogenee per cittadini e imprese. Solo in questo modo l’autonomia regionale potrebbe essere conciliata con il principio di coesione nazionale, evitando che le differenze territoriali si trasformino in disuguaglianze strutturali.




















