Il 7 ottobre 2023, all’alba, Hamas e altre milizie palestinesi hanno attraversato il confine che separa Gaza da Israele e hanno ucciso circa milleduecento persone. La maggior parte erano civili. Duecentocinquantuno sono state trascinate a Gaza come ostaggi.
L’attacco è stato il più sanguinoso massacro di ebrei dalla fine della Seconda guerra mondiale, un pogrom documentato dalle stesse registrazioni dei suoi esecutori, come ha ricordato l’Associazione San Marino-Israele nel terzo anniversario della strage.
Tre anni dopo, il bilancio della rappresaglia israeliana ha superato i settantaquattromila morti e i centosettantacinquemila feriti a Gaza, secondo i dati forniti dalle autorità sanitarie del territorio.
La reazione israeliana ha assunto i contorni di una campagna militare che non ha precedenti nella storia recente.
Immagini satellitari mostrano che la città di Rafah, un tempo abitata da circa duecentocinquantamila persone, è stata quasi completamente rasa al suolo.
Le demolizioni, condotte con bulldozer ed esplosivi, sono proseguite anche dopo l’accordo di cessate il fuoco dell’ottobre 2025, mentre l’esercito israeliano consolidava il controllo su circa il sessanta per cento del territorio.
La popolazione di Gaza, oltre due milioni di persone, è oggi concentrata in circa il quaranta per cento della Striscia.
Il resto è in mano all’esercito israeliano, che vi ha costruito almeno cinquanta avamposti militari, diciotto dei quali sorti dopo l’inizio della tregua. Molti di questi avamposti sorgono su ciò che resta di quartieri civili, le cui macerie sono state spianate per far posto a basi e strade militari.
Per comprendere come si sia giunti a questa devastazione, occorre guardare indietro, oltre il 7 ottobre. La Striscia di Gaza è sotto blocco israeliano dal 2007, dopo che Hamas vinse le elezioni legislative del 2006. Il blocco ha trasformato il territorio in un sistema chiuso, in cui Israele controlla ciò che entra e ciò che esce, quante calorie possono essere importate, quali materiali sono consentiti.
Un funzionario israeliano ha descritto la politica delle importazioni alimentari, rivelata nel 2008, come un tentativo di mettere i palestinesi a dieta senza farli morire di fame.
Parallelamente, Israele ha mantenuto zone cuscinetto unilaterali all’interno di Gaza, in aree agricole sottratte ai contadini palestinesi attraverso la distruzione di proprietà e regole di ingaggio che autorizzano il fuoco su chi vi si avvicina.
Questo sistema, che dura da quasi vent’anni, ha creato le condizioni per ciò che è seguito.
Non si tratta di giustificare il 7 ottobre, che nessuna causa storica può spiegare o assolvere.
Si tratta di riconoscere che la violenza non nasce nel vuoto.
Amnesty International, in una dichiarazione diffusa dopo la presentazione sudafricana alla Corte Internazionale di Giustizia, ha affermato che le autorità israeliane hanno continuato a infliggere condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione fisica dei palestinesi a Gaza, imponendo restrizioni severe all’ingresso di beni essenziali.
La Corte, dal gennaio 2024, ha emesso misure provvisorie vincolanti che Israele non ha attuato.
Il risultato è un paesaggio che non ha più nulla di naturale.
Un esperto nominato dalle Nazioni Unite ha definito la distruzione delle abitazioni civili e delle infrastrutture a Gaza senza precedenti, persino rispetto agli standard del ventesimo secolo, e ha indicato che essa potrebbe configurare un crimine contro l’umanità o un genocidio.
Israele respinge queste accuse e sostiene di colpire militanti e infrastrutture di Hamas incorporate nelle aree civili.
Ma le immagini satellitari mostrano una sistematicità che non si spiega con la sola ricerca di obiettivi militari. Interi quartieri non esistono più.
Le strade sono state cancellate e sostituite da piste sterrate.
La ricostruzione non è iniziata perché Israele impedisce l’ingresso della maggior parte dei materiali da costruzione.
La domanda che resta, dopo tre anni, non riguarda chi abbia iniziato per primo.
Riguarda ciò che ha reso possibile una devastazione di questa portata.
La risposta è in un intreccio di scelte politiche, di indifferenza internazionale, di un sistema di controllo che esisteva molto prima del 7 ottobre e che il 7 ottobre ha solo reso più visibile.
La spianata di Gaza è il punto di arrivo di una logica che ha trasformato un territorio in un laboratorio, e i suoi abitanti in una popolazione da gestire.
Il resto è cronaca.
RVSCB
Bibliografia
Associazione San Marino-Israele, 7 ottobre: ricordare le vittime, difendere la verità, San Marino RTV, 6 ottobre 2026.
Qatar News Agency, El número de víctimas por la agresión israelí contra Gaza asciende a 74 237 mártires y 175 206 heridos, 4 ottobre 2026.
India Today, Satellite images show Rafah nearly wiped out as Gaza demolition goes on, 7 ottobre 2026.
The Independent, Satellite photos show how Israeli forces have erased Gaza towns, 7 ottobre 2026.
Amnesty International, Israel/OPT: South Africa ICJ submission must spur states to press Israel to end its genocide in Gaza, 1 settembre 2026.
The Journal of Peasant Studies, Territory grabbing: agrarian perspectives on the unmaking and reclaiming of Palestinian sovereignty, 2025.
Sveriges Radio, Tre år sedan 7 oktober-attackerna, 7 ottobre 2026.


















