La “speranza matematica” continua a spostarsi verso l’escalation, mentre lo spazio dell’equilibrio intermedio si restringe. Negli ultimi giorni la crisi USA-Iran ha compiuto un altro passo. Non siamo ancora davanti a una guerra totale, ma il confronto sembra concentrarsi sempre più intorno a due passaggi strategici: Hormuz a est e Bab el-Mandeb a ovest. È la novità che modifica il quadro che avevamo analizzato nei giorni scorsi.
Hormuz: aumenta la pressione – Tra il 28 settembre e il 5 ottobre sono stati registrati almeno dodici episodi ostili contro petroliere e gasiere nello Stretto di Hormuz: attacchi, tentativi di attacco e altre azioni contro la navigazione. È il livello settimanale più alto dall’inizio della guerra. Uno degli episodi più gravi ha coinvolto la petroliera On Peace, con dodici membri dell’equipaggio feriti. Ma proprio mentre aumenta la pressione militare, il traffico energetico ha mostrato capacità di recupero. Hormuz diventa quindi più pericoloso, ma nello stesso tempo più difficile da utilizzare come strumento di blocco assoluto delle esportazioni del Golfo. Ed è qui che arriva la novità del 7 ottobre. Un esponente del comando delle Guardie Rivoluzionarie ha annunciato l’intenzione iraniana di chiudere quelle che Teheran definisce le “rotte illegali” utilizzate per aggirare le restrizioni nello Stretto. Per ora è un annuncio, non una chiusura già avvenuta. Ma la logica è comprensibile: se il traffico trova il modo di aggirare la pressione iraniana, Teheran ha interesse a rendere più difficile quell’aggiramento. Se la minaccia diventasse operativa, potrebbe aumentare nuovamente la pressione sul traffico energetico e sull’economia mondiale.
Bab el-Mandeb: il secondo fronte – Intanto lo Yemen è entrato pienamente nell’equazione. L’offensiva delle forze yemenite sostenute dall’Arabia Saudita contro gli Houthi ha trasformato l’area di Bab el-Mandeb in un vero secondo fronte. Gli Houthi hanno risposto con attacchi missilistici e droni contro obiettivi yemeniti e sauditi. La conseguenza strategica è evidente: la crisi si sviluppa ormai intorno alle due grandi porte marittime della regione. Hormuz collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano; Bab el-Mandeb collega il Mar Rosso alle rotte verso Suez. Ciò che accade nei due stretti riguarda quindi non soltanto gli eserciti coinvolti, ma petrolio, trasporti e commercio mondiale.
La speranza matematica del 7 ottobre – I l nostro modello continua a considerare tre scenari: A). escalation militare; B). compromesso diplomatico; C). equilibrio instabile prolungato. Non attribuiamo percentuali arbitrarie e non pretendiamo che una formula possa prevedere le decisioni degli uomini. Facciamo qualcosa di più semplice: osserviamo ciò che i protagonisti fanno e cerchiamo di capire quale futuro le loro decisioni stanno rendendo più probabile. Dietro ogni scelta ci sono infatti uomini che valutano vantaggi, rischi, paure e conseguenze. Se Teheran aumenta la pressione su Hormuz, se gli Houthi rispondono militarmente nello Yemen e se dall’altra parte cresce la risposta armata, ciascuna decisione modifica anche le aspettative dell’avversario e prepara quella successiva. È in questo senso che cambia la nostra “speranza matematica”. Nei giorni scorsi avevamo visto diminuire soprattutto lo spazio dello scenario C). Oggi possiamo aggiungere che A). l’escalation, sta acquistando peso più rapidamente di B).
Il compromesso. Non perché la guerra generale sia inevitabile, ma perché finora sono arrivati più fatti concreti dalla parte dell’escalation che da quella del negoziato. Il prossimo passaggio sarà quindi rivelatore. Se l’Iran tenterà realmente di chiudere le rotte alternative di Hormuz, il peso dell’escalation aumenterà ancora. Se invece quella minaccia verrà utilizzata per ottenere una trattativa, il calcolo potrà cambiare.

La matematica non decide ciò che faranno gli uomini. Sono le decisioni degli uomini a modificare, giorno dopo giorno, la matematica dei possibili futuri. E oggi quei futuri passano attraverso due porte: Hormuz e Bab el-Mandeb.


















