Quando nel 2008 Giulio de Nicolais d’Afflitto pubblica Ucraina! Un futuro migliore per i bambini di Chernobyl, il disastro nucleare avvenuto il 26 aprile 1986 appartiene già, apparentemente, alla storia. Sono trascorsi più di vent’anni dall’esplosione del reattore numero quattro della centrale sovietica, ma per migliaia di famiglie ucraine Chernobyl non è affatto un capitolo concluso: continua a essere una presenza concreta, un’eredità sociale e umana che attraversa territori, famiglie e generazioni.
È proprio da questa realtà che prende forma il volume, costruito attraverso gli articoli, i servizi e i reportage realizzati da de Nicolais d’Afflitto a partire dall’ottobre del 2004 e pubblicati nel corso degli anni su diverse testate italiane, tra cui La Discussione, L’Opinione, Il Meridiano e Agenzia Radicale, oltre che sulla rivista internazionale indipendente Forum. Materiali inizialmente nati per la cronaca diventano così, una volta riuniti, il racconto articolato di un Paese osservato in uno dei passaggi più delicati della propria storia contemporanea.
Il libro nasce anche dall’incontro tra giornalismo e impegno civile. Gli articoli vennero infatti ceduti dall’autore all’Associazione “Ukraina in Europa Aps” (Presidente la prof.ssa Liliya Bilyk ucraina membro della Consulta del 1° Municipio di Roma Capitale), affinché potessero essere raccolti in una pubblicazione destinata non soltanto a informare, ma anche a sostenere concretamente un progetto umanitario: i proventi della vendita vennero destinati all’assistenza diretta dei bambini ucraini orfani e malati, in particolare di quelli provenienti dalle realtà segnate dalle conseguenze della catastrofe di Chernobyl.
La presentazione romana del volume, si svolse domenica 3 agosto dalle 19.30 sull’Isola Tiberina, nell’ambito della manifestazione L’Isola del Cinema, ed assunse così un significato che superò quello di un semplice appuntamento editoriale. Accanto all’autore fu presente Tetyana Kuzyk, allora consigliera comunale per l’Europa, e personalità diverse riunite intorno alla volontà di portare all’attenzione del pubblico italiano la storia, la cultura e soprattutto la dimensione umana dell’Ucraina.
Al centro rimangono i bambini di Chernobyl. Non vengono rappresentati soltanto come simboli di una tragedia nucleare, ma come persone inserite in famiglie e comunità costrette per anni a confrontarsi con difficoltà sanitarie, economiche e sociali. Lo sguardo del reportage si sposta così dalla centrale nucleare alle conseguenze della catastrofe, dal momento dell’esplosione alla lunga durata dei suoi effetti.
È questa prospettiva a spiegare il titolo del libro: Un futuro migliore per i bambini di Chernobyl. La tragedia viene raccontata, ma il racconto non vuole esaurirsi nella tragedia. Alla denuncia delle condizioni esistenti si accompagna l’idea che informazione, solidarietà e cooperazione possano contribuire a creare prospettive differenti per i minori e per le comunità coinvolte.
Il volume è organizzato in tre grandi sezioni, che permettono di attraversare dimensioni differenti della realtà ucraina. La prima raccoglie undici articoli dedicati anche alle attività sviluppate dai volontari dell’Associazione “Ukraina in Europa APS”, impegnata nell’integrazione sociale dei cittadini ucraini arrivati in Italia per motivi di lavoro e nella diffusione della cultura e dell’arte ucraine in Europa.
Attraverso quelle pagine emerge una comunità che cerca di costruire legami con il Paese di accoglienza senza perdere la propria identità. L’immigrazione viene osservata non soltanto come fenomeno economico, ma come incontro tra culture, memorie e percorsi personali. La presenza ucraina in Italia diventa così uno degli strumenti attraverso i quali raccontare un Paese che, nei primi anni Duemila, rimane ancora relativamente poco conosciuto da una parte dell’opinione pubblica italiana.
Ma quella prima sezione allarga lo sguardo anche alla storia. Gli articoli affrontano le repressioni subite dall’Ucraina durante l’epoca zarista e soprattutto durante il periodo sovietico, ricostruendo vicende che per decenni erano rimaste ai margini del dibattito occidentale. Fra gli argomenti affrontati compare anche la storia dell’Esercito Insurrezionalista Ucraino e della resistenza armata protrattasi nel dopoguerra contro il potere sovietico.
La seconda parte del libro conduce il lettore ancora più indietro, dentro alcune delle pagine più drammatiche del Novecento sovietico. Due servizi affrontano la realtà dei Gulag, delle deportazioni e dell’Holodomor, la grande carestia che devastò l’Ucraina nei primi anni Trenta nel contesto delle politiche staliniane di collettivizzazione e requisizione.
Il passaggio da Chernobyl all’Holodomor, dalle deportazioni sovietiche alle difficoltà dell’Ucraina contemporanea, costruisce nel libro una sorta di filo della memoria. Non si tratta più soltanto di raccontare singoli avvenimenti, ma di mostrare quanto il presente di un Paese possa essere condizionato dalle fratture accumulate nel corso delle generazioni.
È tuttavia nella terza parte che il volume assume con maggiore evidenza il carattere di testimonianza giornalistica diretta. Qui sono raccolti venti articoli e servizi realizzati tra l’inverno del 2004 e il 2005, nel pieno della cosiddetta Rivoluzione Arancione.
L’Ucraina di quei mesi è attraversata da una straordinaria mobilitazione politica e sociale. Le contestazioni sorte intorno alle elezioni presidenziali portano nelle piazze migliaia di persone e attirano progressivamente l’attenzione internazionale. Le manifestazioni di Kyiv diventano il simbolo di un Paese impegnato in un difficile confronto sul proprio futuro istituzionale e geopolitico.
Giulio de Nicolais d’Afflitto segue quella fase attraverso articoli destinati al pubblico italiano, cercando di raccontare eventi che inizialmente faticavano a trovare spazio nell’informazione nazionale. Secondo la ricostruzione proposta nel volume, proprio nelle prime settimane della Rivoluzione Arancione questo lavoro ebbe un significato particolare anche per una parte della comunità ucraina residente in Italia, che attraverso quegli articoli vedeva finalmente raccontate vicende vissute con grande partecipazione e preoccupazione.
Il giornalismo diventa quindi il punto di collegamento fra due mondi: da una parte l’Ucraina delle piazze, delle famiglie, delle associazioni e delle memorie ancora vive del periodo sovietico; dall’altra l’Italia, dove una comunità ucraina sempre più numerosa cerca contemporaneamente integrazione e attenzione verso ciò che sta accadendo nella propria terra d’origine.
È proprio questa sovrapposizione a rendere particolare Ucraina! Un futuro migliore per i bambini di Chernobyl. Il libro non racconta una sola Ucraina. Ne racconta molte: quella delle vittime della catastrofe nucleare, quella degli emigrati, quella della memoria delle repressioni sovietiche, quella della Rivoluzione Arancione e soprattutto quella delle nuove generazioni chiamate a convivere con conseguenze storiche che non hanno prodotto personalmente.
I bambini diventano allora il punto nel quale tutte queste storie sembrano incontrarsi. Attraverso di loro Chernobyl smette di essere soltanto il nome di un luogo o la data di una catastrofe nucleare e diventa una domanda rivolta al futuro: quanto a lungo le conseguenze delle decisioni di una generazione possono continuare a pesare su quelle successive?
Pubblicato nel 2008, il libro possiede oggi anche un inevitabile valore retrospettivo. Le pagine furono scritte molti anni prima degli eventi che avrebbero nuovamente portato l’Ucraina al centro della cronaca mondiale: le proteste di Euromaidan del 2013-2014, l’annessione russa della Crimea nel 2014, la guerra nel Donbass e, infine, l’invasione russa su vasta scala iniziata nel febbraio 2022.
Rilette alla luce di quanto sarebbe accaduto successivamente, quelle cronache dei primi anni Duemila documentano dunque un passaggio precedente e fondamentale della storia ucraina: il momento nel quale il Paese, uscito da poco più di un decennio dall’esperienza sovietica, cercava ancora di definire la propria identità politica, culturale ed europea.
Proprio per questo sarebbe riduttivo considerare Ucraina! Un futuro migliore per i bambini di Chernobyl esclusivamente come un libro dedicato alle conseguenze della catastrofe nucleare. Chernobyl costituisce il suo centro umano e morale, ma intorno a quel centro si sviluppa un racconto molto più vasto sulla memoria storica, sull’emigrazione, sull’identità nazionale e sulle trasformazioni politiche dell’Ucraina.
Il reportage di Giulio de Nicolais d’Afflitto si muove infatti continuamente fra passato e presente. Le ferite del Novecento sovietico si intrecciano con quelle lasciate dalla contaminazione nucleare; l’esperienza degli immigrati ucraini in Italia incontra quella delle famiglie rimaste in patria; le manifestazioni della Rivoluzione Arancione si sovrappongono alla ricerca di una nuova identità nazionale.
In questo quadro il giornalismo assume anche una funzione di testimonianza. Raccontare significa impedire che persone e vicende rimangano invisibili, ma significa soprattutto conservare una traccia di ciò che accade mentre la storia è ancora in movimento, prima che gli eventi vengano ordinati e interpretati retrospettivamente.
Ed è forse proprio qui che si trova la chiave più interessante per rileggere oggi il volume. Ucraina! Un futuro migliore per i bambini di Chernobyl fotografa un Paese in un momento nel quale il futuro appare ancora aperto e incerto: un’Ucraina segnata dalle conseguenze dell’Unione Sovietica, ma contemporaneamente attraversata dal desiderio di costruire una nuova collocazione politica, sociale e culturale.
A distanza di anni, le immagini di quell’Ucraina assumono inevitabilmente un significato ulteriore. I bambini ai quali era dedicato il progetto umanitario del 2008 appartengono oggi a una generazione adulta che ha attraversato alcune delle trasformazioni più drammatiche della storia europea recente. La domanda contenuta nel titolo — quale futuro offrire ai bambini di Chernobyl — finisce quindi per superare il contesto nel quale il libro nacque.
Rimane una domanda sulla responsabilità fra generazioni, sulla memoria e sulla capacità dell’Europa di guardare alle conseguenze umane della storia prima ancora che alle sue conseguenze geopolitiche.
Ed è in questo incontro fra reportage, memoria storica e impegno umanitario che il libro di Giulio de Nicolais d’Afflitto conserva la propria specificità: non soltanto la cronaca di ciò che l’Ucraina era nei primi anni Duemila, ma la testimonianza di un Paese che cercava di costruire il proprio futuro mentre continuava a confrontarsi con le profonde ferite del proprio passato.


















