Caro carburante, aumento dei costi di produzione, prezzi al consumo sempre più alti e redditi agricoli sotto pressione. È su questi temi che nelle ultime settimane si sono moltiplicate le proteste di agricoltori, allevatori, pescatori, autotrasportatori e produttori del Mezzogiorno. Dalla Calabria alla Puglia, trattori e mezzi agricoli sono tornati sulle strade, con presidi, sit-in e manifestazioni rivolti anche contro le politiche del Governo Meloni. La mobilitazione non riguarda soltanto il prezzo del gasolio. Gli operatori denunciano una crisi più ampia che coinvolge materie prime, energia, irrigazione, concimi, sementi, trasporti e prezzi riconosciuti alla produzione, mentre il costo della spesa continua a pesare sulle famiglie.

Protesta degli agricoltori, dalla Calabria alla Puglia
La Calabria è tra i territori maggiormente interessati dalla mobilitazione. Negli ultimi giorni sono stati organizzati presidi in diversi punti della regione, con la partecipazione non soltanto degli agricoltori ma anche di autotrasportatori, allevatori, pescatori, commercianti e altri lavoratori.
Secondo quanto riferito dai promotori, la protesta è nata dall’emergenza carburanti ma si è progressivamente trasformata in una mobilitazione contro il caro vita e l’aumento generalizzato dei costi. Tra le richieste figurano anche interventi sulle importazioni, sulla differenza tra prezzi alla produzione e prezzi al dettaglio e sui danni provocati dalla fauna selvatica.
Calabria, trattori e presidi: da Pizzo a Davoli
Uno dei principali fronti della protesta è stato quello di Pizzo, nel Vibonese, dove gli agricoltori hanno organizzato un presidio nei pressi dello svincolo dell’A2. La mobilitazione ha provocato rallentamenti alla circolazione e momenti di tensione, con le forze dell’ordine impegnate a garantire il transito sull’autostrada.
La protesta si è poi spostata anche verso i depositi di carburante di Vibo Marina. Nella mattinata del 5 ottobre alcuni manifestanti hanno posizionato i propri mezzi davanti agli accessi agli impianti, impedendo temporaneamente il passaggio di alcune autocisterne dirette ai depositi.
Un altro presidio particolarmente significativo è quello di Davoli, sulla Statale 106 Jonica, nel Catanzarese. Qui la mobilitazione ha coinvolto agricoltori, pescatori, allevatori, boscaioli e autotrasportatori. I manifestanti hanno denunciato l’aumento contemporaneo di carburanti, materie prime e beni alimentari.
La protesta arriva anche a Lamezia Terme e Catanzaro
Il movimento di protesta ha interessato anche Lamezia Terme, dove i trattori hanno provocato rallentamenti lungo la viabilità nei pressi dell’aeroporto e della Statale 18. Gli agricoltori hanno manifestato contro il caro carburante e contro le difficoltà economiche che stanno interessando l’intera filiera agricola.
A Catanzaro, invece, è stato organizzato un presidio davanti alla Cittadella regionale. Alla mobilitazione hanno partecipato anche autotrasportatori, mentre gli organizzatori chiedono interventi più incisivi sul costo dei carburanti e sul sostegno alle attività produttive.
La mobilitazione calabrese, secondo quanto annunciato dai promotori, dovrebbe proseguire con ulteriori iniziative e con una manifestazione nazionale prevista a Cosenza il 10 ottobre.
Puglia, gli olivicoltori scendono in strada
Anche la Puglia è attraversata dalla protesta. Il fronte più recente riguarda il comparto olivicolo, alle prese con il contemporaneo aumento dei costi e con il forte calo delle quotazioni dell’olio.
Il 5 ottobre circa 300 agricoltori hanno partecipato a un presidio sulla Strada Provinciale 231, tra Bitonto e Palombaio, bloccando lo svincolo. La manifestazione è stata promossa dal Comitato Rivolta Olivicoltori e ha posto al centro della protesta il crollo del prezzo dell’olio e l’aumento delle spese necessarie per produrlo.
Tra i costi indicati dagli agricoltori figurano soprattutto gasolio, concimi, sementi, energia, irrigazione e raccolta. Secondo i promotori del presidio, il prezzo dell’olio sarebbe passato da circa 9 euro al chilogrammo a circa 4 euro, con conseguenze pesanti sulla redditività delle aziende.
Da Bitonto ad Andria: la crisi dell’olio pugliese
La protesta sulla Provinciale 231 ha coinvolto anche agricoltori della provincia di Bari e della Bat. Il Comune di Andria ha riferito della presenza alla manifestazione e della successiva convocazione di un tavolo con istituzioni e rappresentanti degli agricoltori.
Tra le richieste avanzate figurano il riconoscimento dello stato di crisi del comparto olivicolo-oleario, un piano straordinario nazionale, misure sul credito, sospensione delle rate dei finanziamenti, interventi sui costi energetici e del carburante e maggiori controlli sulle importazioni di olio dai Paesi terzi.
Il problema, dunque, non è soltanto il prezzo alla pompa. Gli agricoltori pugliesi denunciano una vera e propria compressione dei margini di guadagno, con costi crescenti e prezzi di vendita che, secondo i produttori, non consentono più di sostenere adeguatamente le spese aziendali.
Caro gasolio agricolo, i costi aumentano dai campi alla tavola
La questione del carburante rappresenta uno dei principali punti di contatto tra le proteste calabresi e quelle pugliesi.
Il gasolio viene utilizzato per trattori, macchinari agricoli, irrigazione, trasporto e numerose altre attività necessarie alla produzione. Secondo Coldiretti Puglia, nell’estate 2026 l’aumento del gasolio agricolo rispetto al periodo precedente alla guerra ha prodotto costi aggiuntivi rilevanti per le aziende, aggravando una situazione già complicata da caldo e siccità.
Il tema ha quindi una ricaduta diretta anche sui consumatori: se produrre, irrigare, raccogliere e trasportare costa di più, la pressione sui prezzi finali può aumentare.
È proprio questo uno degli argomenti utilizzati dagli agricoltori per spiegare perché la protesta non riguardi esclusivamente una categoria professionale, ma abbia conseguenze sull’intera filiera agroalimentare.
Il caro spesa entra nella protesta degli agricoltori
In Calabria, il messaggio dei manifestanti è diventato esplicitamente quello del caro vita.
Al presidio di Davoli, gli organizzatori hanno infatti collegato il caro gasolio all’aumento delle bollette e dei prezzi nei supermercati, sostenendo che le difficoltà delle aziende agricole si sommano a quelle delle famiglie.
La protesta assume così una dimensione più ampia: dagli agricoltori ai consumatori, passando per autotrasportatori, pescatori e commercianti, la richiesta è quella di interventi capaci di contenere i costi e garantire maggiore equilibrio lungo la filiera.
Le richieste al Governo Meloni
Al centro delle contestazioni rivolte al Governo Meloni ci sono quindi diverse questioni: riduzione del costo del carburante, sostegno alle imprese agricole, contenimento dei costi energetici, maggiore tutela dei produttori italiani, controlli sulle importazioni e interventi contro il divario tra prezzo pagato al produttore e prezzo finale.
In Calabria i manifestanti hanno contestato anche le misure considerate insufficienti rispetto all’aumento dei costi. In Puglia, gli olivicoltori chiedono invece un intervento straordinario per affrontare la crisi del comparto oleario.
Il Governo e le istituzioni dovranno quindi confrontarsi con una protesta che, almeno nelle regioni interessate, non appare limitata al solo mondo agricolo.
Agricoltori in piazza, una protesta che unisce il Sud
Dalla Calabria alla Puglia, il filo conduttore delle mobilitazioni è chiaro: gli agricoltori chiedono che l’aumento dei costi non finisca per essere scaricato interamente sulle imprese e, successivamente, sui consumatori.
A Pizzo e Vibo Marina la protesta ha messo al centro il caro carburante; a Davoli il caro vita; a Lamezia Terme la crisi della filiera agricola; a Bitonto e nell’area Bari-Bat il crollo delle quotazioni dell’olio insieme all’aumento dei costi di produzione.
Le prossime settimane diranno se i diversi presidi confluiranno in una mobilitazione ancora più ampia. Intanto, tra trattori, sit-in e strade presidiate, il messaggio degli agricoltori al Governo Meloni è quello di una categoria che chiede interventi concreti per continuare a produrre e, soprattutto, per evitare che il peso della crisi ricada ulteriormente sulle aziende e sulle famiglie.



















